lunedì 30 agosto 2010

Swami Sharananda Giri: L’amore materno


Durante i miei soggiorni a Dwarahat (YSS-SRF) ho parlato molte volte con Swami Sharananda Giri dei miei doveri di madre e della difficoltà di dover fare da madre e da padre a mio figlio. Swamji mi ascoltava e mi dava molti consigli . Per farmi capire quanto può essere assoluto e distruttivo l’amore materno mi raccontò due storie.


Una donna viveva con il suo unico figlio. Quando questi s’innamorò follemente di una ragazza, la madre disse ai due fidanzati: “Questa è la mia casa , qui comando io”. La ragazza le rispose: “Se sposo tuo figlio qui comando io”. La ragazza un giorno chiese al giovane di portarle il cuore della madre. E lui lo fece materialmente. Uccise la madre e le portò via il cuore. Mentre stava andando a incontrare la ragazza, per portarle in dono il cuore della madre, inciampò, cadde per terra e il cuore gli sfuggì di mano. Il cuore cominciò a parlargli: ”Figlio caro, sono pronta a morire per te cento volte; ma tu ti sei fatto male?”


A proposito dell’attaccamento materno , Swami Sharananda Giri raccontò un’altra storia: due donne sono ai giardini pubblici, chiacchierano tranquillamente tra loro mentre i figli giocano. Uno dei due bambini si fa male e un altro ragazzino va ad avvertire le due donne. Queste immediatamente si precipitarono verso i propri figli per controllare cosa è successo. Una, preoccupata, guarda le ferite del figlio, l’altra dice a se stessa:”Per fortuna non è capitato al mio”.


I figli vanno educati quando sono piccoli e teneri da cambiare, dopo è troppo tardi. Sarà Dio a occuparsi di loro, mi disse un giorno Swami Sharananda Giri. E come figura positiva mi parlò con calore della sua nonna, una donna forte e coraggiosa che metteva pace tra tutti, molto religiosa. Abituava i nipotini, fin da piccoli, a meditare. E’ morta a 96 anni, nel 1952, poche ore dopo aver salutato Swamji che si recava al suo reggimento.

sabato 28 agosto 2010

Isha Upanisad: l 'Uno in Tutti





La Isha Upanishad, antica e venerate scrittura indù, breve ed ermetica, è ora accessibile a tutti grazie al commento di Sri Aurobindo, definito il Platone dell’India moderna.( Ed. Sri Aurobindo Ashram, Pondicherry, India). “Shruti” vuol dire “scrittura rivelata”.Veda e Vedanta, sono le fonti perenni della spiritualità indiana. “Nessuno di noi capisce più di un frammento delle Upanishad, scrive Aurobindo. La sola, eterna autorità della Shruti è la Shruti stessa”.


Nel suo commento alla Isha Upanishad Sri Aurobindo, grande mistico indiano, così spiega il monismo ( in occidente molti ritengono la religione indù politeista): “Essendo Egli uno e indivisibile, lo Spirito è sempre Uno in tutti; la molteplicità è un gioco della Sua coscienza cosmica”. Il ripiegarsi e il dispiegarsi dell’Uno nei Molti e dei Molti nell’Uno è quindi la legge dell’eterno ricorrere dei Cicli cosmici. E questo vedere tutte le esistenze nel Sé e il Sé in tutte le esistenze è la chiave che ci può portare a superare le divisioni e vivere nell’amore e nella solidarietà.


La Isha Upanishad afferma l’Uno senza negare il Molteplice. Essendo Egli uno e indivisibile –spiega Aurobindo- lo Spirito è sempre Uno in tutti. Ogni singolo oggetto dell’ Universo è, in realtà, esso stesso l’intero universo che si presenta in una prospettiva diversa. Il microcosmo è una sola cosa con il macrocosmo.


Il Signore e il Mondo, anche se sembrano distinti, non sono in realtà diversi l’uno dall’altro; i due sono un unico Brahman. E tuttavia… sono uno il contenente e l’altro il contenuto, sono un mondo dentro l’altro, un movimento dentro un altro movimento. L’individuo –secondo la Isha Upanisad - è partecipe della natura dell’universale, e ad esso si ricollega come alla sorgente della sua azione; egli è soggetto alle sue leggi e nello stesso tempo è parte della Natura Cosmica. Dobbiamo considerare il Brahman – dice Aurobindo - come l’unico Sé di tutto, e pertanto rivolgerci ai Molti come forme del divenire dell’unica Esistenza. Ma il sé e il divenire sono entrambi Brahman… Sono tutti reali, il primo di una realtà costituente e comprensiva, gli altri di una realtà derivata e dipendente.

sabato 14 agosto 2010

Ladakh: Appunti di viaggio 3



Giornata di tutto riposo. Oggi in Ladakh è sciopero generale, ne approfitto per mettere in ordine le valigie. Tra pochi giorni il rientro in Italia. Dopo le prime preoccupazioni e il forte mal di testa ho scoperto con piacere che l’altitudine non mi ha creato grossi problemi, basta camminare molto piano. Vuol dire, forse, che il mio corpo sta riconquistando forza e salute?


Il giorno successivo organizzo un' escursione in taxi ai templi di Alchi e Lamayuru, il più distante, 125 km. Paesaggio suggestivo. Catene montuose di color mattone, violetto. Gole profondissime, dove scorre il fiume Indo. Lungo la strada si incontrano soltanto piccoli villaggi. Alchi è un antichissimo tempio, posto proprio al centro di un villaggio. Lungo il percorso siamo costretti a fermarci e scendere dall'auto per una breve sosta ai piedi delle montagne, lungo le rive del fiume. Un gruppo di militari controlla i documenti dei turisti, prima di lasciarci attraversare il fiume Indo per raggiungere l’ultima tappa: Lamayuru. Accanto alle tende dei militari anche quelle di alcune tibetane che sferruzzano e vendono bibite.






Decisamente più affascinante e pericoloso è il percorso per Lamayuru , venti chilometri di tornanti ripidi di montagna per arrivare ad una spianata ventosa. La strada è talmente stretta e a strapiombo che se dovesse accadere un incidente sarebbe difficile proseguire il cammino con l’ auto. Più avanti dobbiamo rallentare, c’è un odore acre e tanto fumo. Un gruppo di uomini, vestiti di stracci, neri per il fumo, sta asfaltando la strada con mezzi rudimentali. Man mano che si sale cambia improvvisamente il colore delle montagne che diventano rosa, bianco latte, un paesaggio lunare.


Il tempio di Lamayuru compare come un nido d’uccello sullo spigolo di una roccia altissima. Credo che siamo a 4000 metri. Questo è il tempio dove, secondo la leggenda, sarebbe vissuto Milarepa. All’interno testi antichi, statue, tanka di rara bellezza. All’esterno, nel piazzale antistante, due monaci, seduti per terra, lavorano con una macchina da cucire. Tutto intorno un antico villaggio ricavato nella roccia, sembra un alveare umano.


In serata saluto il gruppo di italiani con i quali ho condiviso questi quattro giorni:un breve assaggio delle bellezze naturali del Tibet indiano. Il Ladakh meritava un soggiorno più lungo. La regione è molto vasta e tanti sono i templi disseminati tra le sue montagne. Forse sarà il vento la causa di un atroce mal di testa che mi tormenta tutta la sera.



Ladakh: Appunti di viaggio 2













Il secondo giorno organizzo un tour con i ragazzi italiani per visitare alcuni monasteri vicino a Leh. Prima tappa: il Monastero Hemis (pronuncia Himis) , fondato nel 1602, a 40km da Leh. In una piccola valle sulla sponda sinistra del fiume Indo. Nel cortile interno sono rappresentati gli 84 Mahasiddha. Un monaco mi apre l’altro tempio dove c’ è un’ enorme statua dorata di Padmasambava. Siedo un po’ a meditare nel tempio principale. Il secondo monastero da visitare è quello di Thiksay (Tikse), arroccato su una collina a 20 km da Leh. Quando arriviamo due monaci stanno suonando sul terrazzo del monastero le lunghe e caratteristiche trombe e le conchiglie. Superba la vista di tutta la vallata.


Alle 13 inizia una pujia . Nel tempio principale i monaci si apprestano a seguire la cerimonia salmodiando i vari mantra. Siedo un poco a meditare. Poi arrivano altri turisti e me ne vado. Non c’è pace. Come fanno i monaci a sopportare il via vai della gente? Un giovane monaco sta offrendo il prashad agli altri religiosi seduti su tavoloni di legno. La presenza dei turisti disturba un po’ la loro concentrazione. Mentre cantano e pregano ogni tanto gettano un’occhiata infastidita agli stranieri che entrano, scattano foto e se ne vanno.


Il terzo monastero da visitare è quello di Shey (Sci), antica capitale del Ladakh. Il monastero è completamente in rovina e chiuso. Non possiamo quindi vedere le statue che probabilmente sono all’interno. Ci fermiamo a mangiare in un piccolo ristorante. Le giovani figlie del padrone sono eccitatissime per alcuni doni (profumi e rossetti) offerti dalle due ragazze italiane.


La quarta tappa è il castello reale di Stock dove vive in 12 stanze la regina del Ladakh con i suoi 4 figli (due maschi e due femmine). Molto bello il posto. Interessanti i tanka antichi che sono esposti in quattro sale del palazzo reale accanto a vari gioielli, foto di famiglia e oggetti di culto. Semplice e bella la sala di meditazione della regina ( che rappresenta il popolo ladakho al parlamento indiano). In questi giorni la regina si trova in vacanza a Manali. Bellissimo il volto di uno dei due figli: sotto il costume locale mostra una paio di jens e scarpe occidentali.

Ultima tappa: le stradine del centro di Leh per gli altri acquisti. Forte congiuntivite.

Ladakh: Appunti di viaggio 1



Il Ladakh (in questi giorni le piogge monsoniche hanno provocano morte e devastazione in quella regione) è il luogo più affascinante che abbia mai visto. Desideravo molto andarci, ne avevo parlato con Swami Sharananda Giri della SRF durante il mio ritiro nell’ashram di Dwarahat. Aveva fatto di tutto per dissuadermi :”E’pericoloso, sei una donna sola, ci sono i terroristi, puoi sentirti male per l’altitudine…” Di fronte alla mia decisione- volevo a tutti i costi conoscere il Tibet indiano- alla fine si arrese: ” Vai! –mi disse- altrimenti sei costretta a reincarnarti per vedere il Ladakh!” . Era il 17 settembre del 1991.


Appunti di viaggio e foto di una terra indimenticabile.


Superba la vista dell’Himalaya dall’aereo. Nude rocce levigate color mattone. All’aereoporto di Leh, dove l’aereo atterra su una pista di terra battuta, incontro tre turisti italiani. Una coppia e una ragazza di Torino. Sono fortunata, penso, forse posso organizzare con loro le escursioni. Leggera tachicardia per l’altitudine , riposo un’ora a letto, poi mi trasferisco in giardino. Faccio gli esercizi di ricarica, mi sento abbastanza bene. Posso capire perché Naropa e Milarepa abbiano scelto di meditare su queste montagne. Ci si sente così vicini a Dio. L’aria è così pura , così rarefatta.


L’albergo ha un piacevolissimo giardino e una grande terrazza. Tutto intorno è silenzio (soltanto il canto degli uccelli). L’aereo è ripartito per Delhi. Si è isolati dal mondo e durante l’inverno tutto il Ladakh rimane prigioniero della neve. Il cielo è di un azzurro intensissimo e il clima è piacevole. Nel pomeriggio altre due ore di riposo, ho un attacco imprevisto di fame d’aria, è la prima volta nella mia vita, e un po’ mi spaventa. Poi decido di fare una passeggiata nel centro di Leh, nonostante gli avvertimenti del padrone dell’albergo che raccomanda a tutti di passare il primo giorno in assoluto riposo per consentire all’organismo di abituarsi all’altitudine. E, infatti, inizia un forte mal di testa che continua tutta la notte.


lunedì 9 agosto 2010

L'inferno sulla terra

Il vero inferno e il purgatorio, per noi poveri mortali, sono su questa terra; la vita di tutti i giorni, con le sue sofferenze quotidiane, grandi o piccole, è la nostra penitenza. Possiamo pensare a qualcosa di più infernale delle stragi nel Ruanda o della pulizia etnica in Bosnia? Cosa c’è di più mostruoso dello sterminio di sei milioni di ebrei in nome di una presunta superiorità ariana? Ci può essere qualcosa di più atroce delle camere a gas di Hitler? O qualcosa di più diabolico dell’11 settembre? Il nostro inferno e il nostro purgatorio sono qui; nell’aldilà- se c’è qualcosa - non può essere che il Paradiso - inteso come luogo di pace e armonia - oppure c’è soltanto l’ oblio, il sonno eterno.



Come si possono, quindi, giustificare razionalmente le atrocità commesse dagli uomini in molteplici periodi della storia? Come si può accettare la sofferenza? Ci sono persone che nascono ricche ed altre povere; alcune nascono malate, altre sane. Si dice: Il bene ha in sé il male e il male ha in sé il bene. Portiamo dentro di noi il seme della malvagità. L’esperienza della sofferenza può portare al suicidio, all’omicidio, al massacro. A volte l’ esperienza del dolore avvicina l’uomo alla spiritualità. Se non si crede nel karma, come si può giustificare tutto questo? La Isha Upanishad, una delle più antiche e venerate scritture indù, ha come idea centrale proprio la riconciliazione delle coppie fondamentali di opposti.

venerdì 6 agosto 2010

L'empatia


“Fin quando respiri la libera aria della terra, hai l’obbligo di servire con animo grato”, diceva Sri Yukteswar. Eppure la maggior parte delle persone vive ripiegata su se stessa, insensibile al dolore degli altri. Spesso non si chiede aiuto per timidezza, per non disturbare, per non apparire inopportuni o soltanto perché l’altro è disattento, avvolto su se stesso. La vera compassione, la vera empatia del bodhisattva è vivere con l’altro, vivere nell’altro, vivere la sua sofferenza. Direi che anche tra i religiosi questa capacità è estremamente rara. Chi pratica il Kriya Yoga dovrebbe aver affinato questa sensibilità, ma se non è abbastanza forte finisce per caricarsi sulle spalle i problemi degli altri senza essere in grado di aiutare nessuno.


Quale è il segno della santità? Forse quello di guardare coloro che camminano dietro di noi, che arrancano, piagati dai mali della vita. Dovremmo imparare a dare una mano più spesso, soprattutto se si è intrapreso il cammino della spiritualità. Ma, a volte, si può essere talmente protesi verso la propria santità da guardare sempre in alto e ignorare coloro che in basso, su questa terra, sono immersi nel fango e piangono.


Paramahansa Yogananda, un giorno, viaggiando con i suoi discepoli chiese improvvisamente di fare una deviazione. Seguendo le sue indicazioni arrivarono in un posto dove viveva un uomo disperato. Yogananda era così in sintonia con l’universo da sentire il richiamo di dolore di quell’uomo.

mercoledì 4 agosto 2010

La Chiesa deve convertirsi

Giovanni Franzoni nel suo libro, La solitudine del samaritano, una parabola per l’oggi, prende spunto dalla nuova etica della solidarietà per parlare anche di Monsignor Romero, vescovo del Salvador, ucciso dagli squadroni della morte. Nei suoi sermoni, Monsignor Romero parlava spesso di conversione ma si riferiva alle gerarchie istituzionali, che avrebbero dovuto avvicinarsi alla sofferenza dei sofferenti e dei violentati. Giovanni Franzoni fu sospeso a divinis nel 1974 per le sue idee sulla libertà di voto dei cattolici. Era abate della Basilica di S. Paolo a Roma.


Lo stesso Papa Giovanni Paolo II, nel documento Tertio millennio adveniente, indicava come progetto per il Giubileo la necessità di un pentimento collettivo della Chiesa. Il Papa scriveva che la Chiesa doveva riconoscere i peccati che in suo nome erano stati commessi nel passato, pentirsi e poi cambiare atteggiamento. Giovanni Paolo II è stato il primo Papa ad ammettere apertamente gli errori della Chiesa. E sulla scia di quelle affermazioni coraggiose, la conferenza episcopale argentina, dopo un lungo e travagliato dibattito, scrisse il documento “Camminando verso il terzo millennio”, nel quale chiedeva perdono a Dio per i crimini commessi nel paese negli anni settanta, al tempo della dittatura militare. La Chiesa argentina confessò che non fece abbastanza o fu addirittura complice di una sporca guerra.


domenica 1 agosto 2010

Le vocazioni


La maggior parte delle vocazioni, un tempo, era soltanto il frutto di un’imposizione. I genitori si liberavano di un figlio o di una figlia, con tutti i problemi connessi. Risparmiavano sulla dote e avevano preghiere assicurate per la loro anima. Poi hanno influito l’ignoranza, la difficoltà a trovare un lavoro. È difficile vivere nel mondo, mantenere una famiglia. È una vita completamente diversa da quella che, in genere, si fa in un monastero, dove tutto è pronto, pulito; non c’è la preoccupazione del cibo, della ricerca del denaro necessario per sopravvivere.


Molte vocazioni forse rimangono tali perché si è spaventati dall’idea di affrontare il mondo esterno. Credo che debbano rimanere nei monasteri soltanto coloro che sono veramente chiamati da Dio. Gli altri, o si sposano, oppure fanno i sacerdoti sposandosi (se la Chiesa finalmente lo consentisse), oppure abbandonano l’abito talare e tornano nel mondo.