sabato 29 maggio 2010

Vito Mancuso: un teologo moderno


“ Dell’uomo che è nato in verità certa è la morte; e certa è la rinascita per quello che è morto. Di conseguenza, da ciò che è inevitabile non devi tu trarre motivo d’angoscia”, dice Krishna ad Arjuna nella Bhagavad Gita.

Sul tema della reincarnazione si esprime anche un famoso teologo cattolico Vito Mancuso. Ma vorrei prima accennare al suo ultimo libro, “ La vita autentica”, dove Mancuso spiega ciò che fa di un uomo un “uomo autentico”. Nel rapporto con se stesso è la genuinità, la spontaneità, la schiettezza, la sincerità; nel rapporto con la realtà esterna è la sua sete di giustizia, la lealtà, la dedizione al bene, l’amore per la verità. Un libro interessante e ben argomentato.


Nella sua opera precedente, quella forse più famosa, ”L’anima e il suo destino”, Vito Mancuso, affronta alcuni dogmi e alcune tesi della Chiesa cattolica con molto coraggio e con una visione che potremmo definire “laica”. Polemizza con i vertici della “sua Chiesa” e affronta con piglio scientifico le tante contraddizioni dei testi sacri. Lo scopo: ripensare il Cristianesimo per rifondare la fede. Un libro utile soprattutto ai cattolici praticanti, perchè toglie un po’ di muffa alla tradizione. Per i laici è un fertile terreno di confronto. “Non è la religione che salva: non è la legge, il tempio,la circoncisione; non sono i sacramenti, la Messa, i rosari, i pellegrinaggi, le indulgenze, la Bibbia.- scrive Mancuso- Ciò che salva è la coscienza pura e la vita buona che ne consegue, è l’adesione incondizionata dell’anima al bene, alla verità, alla giustizia”. Parole sante!


Qualche perplessità nasce quando il teologo affronta il tema della reincarnazione:” Io non aderisco a questa teoria a causa della distruzione della storia della singola libertà che essa comporta”. Per poi specificare meglio Per poi specificare me: “Tutta la mia esperienza acquisita in questa vita andrà comunque persa, tutto l’ordine e l’ informazione che ho prodotto nella mia anima verranno cancellati….. La realtà è che la storia della coscienza con tutte le sue esperienze fatte e le persone amate, se si rinasce nuovamente nel tempo, viene azzerata”. Una certezza che non ammette confutazioni.


Se è l’Energia che sostanzia l’Universo e gli esseri viventi, nell’uomo, gradino più alto dell’evoluzione, ciò che non muore è il Sé. Non si perde né l’individualità né si annullano le esperienze passate che rimangono nel nostro inconscio per affiorare quando le circostanze esterne lo consentono. Pensiamo al talento innato di Mozart. Ciò che muta è il corpo-involucro perché il Sé possa proseguire il cammino fino alla sua completa realizzazione: spiritualizzare il corpo- materia per divenire tutt’ uno con l’Energia divina. Un’ ipotesi sostenuta dalle filosofie orientali, anche se nei testi sacri induisti e buddhisti , come in quelli cristiani, si trovano visioni diverse e a volte contraddittorie.


La via spirituale è lunga, dolorosa, difficile, piena di dubbi, però dà conforto l’idea che ci siano più vite per avvicinarci a Dio, più religioni per arrivare all’unica meta, più testi sacri per attingere alle rivelazioni divine. Nessun essere umano viene così escluso dalla salvezza finale, mentre l’attuale dottrina della Chiesa prevede l’eterna dannazione per i peccatori incalliti o “ l’annichilazione", la definitiva distruzione della personalità.


Si dice che proprio nei primi anni di vita ci siano ancora reminiscenze di vite precedenti. Visioni, comportamenti, sensazioni, che poi si dimenticano quando si diventa adulti. E sicuramente questo è un bene, altrimenti saremmo continuamente condizionati da quello che abbiamo fatto in precedenza, non avremmo più libertà di scelta. La vita oltre la vita è un terreno minato: non esistono certezze, soltanto speculazioni filosofiche. Ciò che conta è l’esperienza diretta: scavare dentro noi alla ricerca di una risposta o di un contatto con l’Assoluto.

lunedì 24 maggio 2010

Steiner:la reincarnazione oggi


Il tema della reincarnazione è stato ripreso negli ultimi secoli, in modo più o meno ampio, da alcuni studiosi e filosofi occidentali. Per Rudolf Steiner, padre dell’antroposofia, l’Io arriva alla perfezione di sé attraverso le varie reincarnazioni. L’Io rappresenta l’autocoscienza che deve espandersi fino a identificarsi nella coscienza divina senza per questo perdere la consapevolezza di sé. Nella prospettiva orientale, invece, alla fine c’è la perdita dell’Io che si annulla nell’Energia Cosmica.


Per l’antroposofia, Cristo rappresenta la figura centrale dell’evoluzione dell’umanità. Dopo il sacrificio del Golgota l’uomo ha preso coscienza del proprio Io e da quel momento ha in mano le redini del suo cammino. Secondo Steiner la Chiesa ha avuto il compito di negare per secoli la reincarnazione per far sì che l’uomo prendesse coscienza da solo del proprio Io; ora, non volendo cambiare, è la stessa Chiesa a diventare un ostacolo all’evoluzione dell’umanità. È come una madre possessiva che vuole tenere legati a sé i figli impedendo loro di crescere. L’uomo è maturo per camminare da solo, deve sviluppare dentro di sé i criteri etici e morali imposti dalle religioni. Gandhi diceva: “Il tempo delle religioni è finito, sta cominciando l’era della spiritualità”.


Tra un’incarnazione e l’altra l’anima sosta nel mondo astrale per proseguire il suo cammino di purificazione. Il buddhismo tibetano prevede anche casi nei quali un grande Lama può trasferire parti diverse di sé (spirito, mente, parola) in persone diverse. Nel parla il film “Il piccolo Buddha “ di Bernardo Bertolucci del 1993 . Paramahansa Yogananda ripete che ci si può liberare in una sola vita, basta volerlo. Sono necessari disciplina, fede e la corretta applicazione delle tecniche scientifiche di meditazione. Anche se si nasce con alte qualità spirituali, la vita di oggi è pur sempre una durissima prova.

domenica 23 maggio 2010

Il secondo concilio di Costantinopoli

I primi padri della Chiesa credevano nella reincarnazione poi, nel 553, fu indetto un concilio ecumenico delle chiese cristiane, Costantinopoli II, e la Chiesa decise di mettere al bando i neoplatonici. I vescovi dell’impero romano d’Oriente, insieme con i legati del papa, furono convocati dall’imperatore Giustiniano I per condannare il neoplatonismo e il teologo Origene, morto tre secoli prima, accusato di una insolita tesi. Egli sosteneva che "alla fine tutti gli esseri saranno salvati" (apocatastasi), contrariamente a quanto affermava invece Agostino che ammetteva la dannazione eterna, tra infinite torture. Origene fu considerato eretico nel 543, (una condanna ribadita nei successivi quattro concili) perchè pensava che nel piano divino dovessero rientrare anche demoni e dannati. Prevedeva, insomma, un Inferno a tempo. Origene faceva paura anche da morto, oggi è considerato un dottore della Chiesa.


I dogmi, in quanto tali, devono essere accettati, secondo la Chiesa non possono essere ridiscussi. Ma un dogma che nasce da presupposti che non hanno nulla a che vedere con la fede è sempre valido? Dietro la decisione di condannare i neoplatonici si nascondeva forse l’ interesse dell’imperatore Giustiniano di controllare l’impero. Quindi, se l’interesse di Giustiniano porta la Chiesa a pronunciare un dogma, che è condizionato più dal potere temporale che da quello spirituale, per quale motivo deve continuare a influire sulla nostra vita, oggi e nei prossimi millenni?


Giustiniano e Origene sono morti da molti secoli, eppure le decisioni di quei concili sono ancora attuali. La Chiesa sostiene ancora oggi l'eternità dell'Inferno, come spauracchio per tenere a bada i fedeli. E per quanto riguarda la dottrina della reincarnazione l’allora cardinale Ratzinger la definì un “ciclo infernale”, riferendosi al Buddhismo. Fu decisamente un passo indietro nel dialogo interreligioso intrapreso da Giovanni Paolo II, anche se poi si cercò di mitigare il giudizio.


giovedì 20 maggio 2010

Krishna e il concetto di reincarnazione

Ciò che divide le grandi religioni del mondo, uno dei punti più importanti e delicati, è proprio il tema della reincarnazione. Ammettere una serie di vite significa dare all’uomo la libertà di crescere con le sue forze. Chi vuole evolvere rapidamente dedica tutta la sua vita a pregare, a meditare, per progredire al fine di unirsi a Dio. Chi invece è ancora legato alle passioni, ai desideri, ha bisogno di più tempo, e quindi di più vite, ma il fine ultimo è sempre l’unione con Dio.


L’anima cresce piano piano, matura e questo ha una sua logica, una sua credibilità. Insomma, è questo che mi ha fatto riavvicinare, dopo tanti anni di rifiuto del cattolicesimo- grazie all' educazione ricevuta dalle suore- alla spiritualità. È proprio il fascino di questo cammino, vedere l’anima che cade e si rialza, cade e si rialza, cade e si rialza finché è necessario. Una volta indossa un vestito lacero, un’altra volta sceglie un abito lussuoso. Perché ogni vita è un vestito; comunque da sola costruisce il suo itinerario di crescita spirituale. Quello che mi lasciava e ancora mi lascia perplessa della religione cattolica, non è la figura del Cristo, affascinante, stupenda come quella del Buddha, ma questa rigidità nell’ammettere una sola vita.

Nel secondo capitolo della Bhagavad Gita, il vangelo degli indù, Krishna dice ad Arjuna : “I contatti con le cose materiali, o figlio di Kunti, fanno sentire caldo e freddo, piacere e dolore, vanno e vengono e sono impermanenti. Apprendi soltanto a sopportarli, o Bharata”. Lo yoga ci insegna a superare la schiavitù dei sensi, a rimanere imperturbabili di fronte a qualsiasi evento. Siamo pellegrini su questo pianeta, siamo arrivati nudi e ce ne andremo nudi.


Krishna, infatti, aggiunge: “L’uomo che questi contatti non turbano, o capo di uomini, l’uomo fermo che rimane lo stesso nel piacere e nel dolore: questo si rende adatto all’immortalità”. Quando si è raggiunta la calma mentale, quando si è in sintonia continua con l’essenza divina che è in noi, nulla può turbarci. Più semplicemente voleva dire : impara a discernere tra Maya, ovvero l’ignoranza, il mondo empirico illusorio, e la realtà ultima interiore.


Nel secondo capitolo Krishna affronta, con parole chiare e inequivocabili, anche il problema dell’immortalità dell’anima e della reincarnazione. Dice: “L’anima, dopo che in questo corpo è stata per la fanciullezza, la gioventù e la vecchiaia, allora appunto realizza l’assunzione di un altro corpo. L’uomo, fermo di spirito, non trae da ciò motivo di smarrimento”. E due pagine dopo: “Come un uomo smettendo i vestiti usati, ne prende altri di nuovi, così proprio l’anima incarnata, smettendo i corpi logori, viene ad assumerne altri”. In questi due versetti non sembrano esserci dubbi su quello che Krishna intende per reincarnazione. Sappiamo che i grandi yoghi, con l’aiuto di una tecnica avanzata, sono in grado lasciare coscientemente il corpo. E Patanjali negli Yoga Sutras osserva che anche nei grandi santi si può ritrovare, sia pure in misura lieve, l’attaccamento alla dimora fisica al momento della morte. Come un uccello che è stato a lungo in gabbia, l’anima esita un istante prima di abbandonare il corpo.


L’esistenza pone mille interrogativi. C’è chi nasce miliardario e chi vede la luce in un paese del terzo mondo. Chi ha il dono della salute e chi soffre per continue malattie. Chi muore nel suo letto, circondato dall’affetto dei cari, chi viene ucciso, crivellato di colpi, in guerra. C’è una tale disparità, una tale disuguaglianza tra le diverse vite! Non posso pensare che Dio sia ingiusto, cattivo o, almeno, è incomprensibile. E poi l’idea di una sola vita non ti lascia scampo. Se in trenta, cinquanta, ottant’anni non hai fatto in tempo a trovare Dio perché sei ancora ossessionato dal sesso, dai soldi, dall’avidità, non hai nessun altra chance. Hai l’inferno eterno o il Purgatorio, dipende da quanti peccati hai commesso. Così, almeno, sostiene il catechismo.



Nell’Autobiografia di uno Yoghi, Paramahansa Yogananda cita un passo del vangelo di Matteo (17,12–13) dove sembra chiaro il riferimento di Gesù alla reincarnazione: “Vi assicuro però che Elia è già venuto e non l’hanno riconosciuto e gli hanno fatto quello che hanno voluto. Perciò faranno soffrire anche il Figlio dell’uomo. Allora i discepoli capirono che aveva parlato di Giovanni Battista”. Giovanni Battista era venuto precedentemente come Profeta Elia.

lunedì 17 maggio 2010

Il terzo occhio

I testi, sia induisti che buddisti, parlano del terzo occhio, la stella a cinque punte inscritta in un cerchio d’oro e circondata da un altro cerchio azzurro opalescente. E’ l’occhio spirituale, legato al sesto chakra, Ajna, posto in mezzo alle sopracciglia. E’ simbolo di saggezza, intuizione, di risvegliate capacità extrasensoriali. E’ espressione della coscienza cristica. “ Se dunque il tuo occhio è singolo, tutto il tuo corpo sarà illuminato”. Matteo, 6, 22.

Molti anni fa, in un periodo di dolorosa convalescenza, mentre meditavo mi apparve improvvisamente la stella a cinque punte di cui tanto avevo sentito parlare. Notai subito che aveva una particolarità: mancavano le due punte inferiori. Quando ne parlai con Swami Sharananda Giri, all’epoca responsabile dell’ashram dell’SRF di Dwarahat, sull’Himalaya, rispose con la sua garbata ironia: “Volevi aggiungere tu con la matita le due punte”? Ma se la stella rappresenta l’archetipo dell’uomo, la testa, le due braccia, e le due gambe, certamente a me mancavano i piedi e mancano tuttora. E questo spiega, forse, perché io mi senta così sradicata.


La meditazione


La meditazione, come atto di raccoglimento interiore per mettersi in sintonia con Dio, non ha nulla a che vedere con le religioni e con le differenze tra le varie religioni. È la voce dell’anima umana che si spinge in alto, alla ricerca di Dio e di una sua risposta. L’unica diversità è nelle tecniche utilizzate che possono essere differenti.

Nella Bhagavad Gita troviamo questo concetto: chi è talmente concentrato sul Sé da diventare una sola cosa con l’oggetto di meditazione, in quel momento sta veramente meditando.


Alcuni anni fa suscitò molte polemiche il documento dell’allora cardinale Ratzinger sulla meditazione. E suscitò altrettante polemiche la sua intervista al settimanale francese l’Express, dove definiva il buddhismo una forma di “autoerotismo spirituale” e la reincarnazione un “ciclo infernale”, anche se poi cercò di attenuare il senso delle sue parole. Intolleranza e mancanza di rispetto uccidono il dialogo tra le religioni, che il defunto Papa Giovanni Paolo II ha cercato di portare avanti con determinazione. La Cittadella di Assisi, tra l’altro, ha pubblicato il libro Dharma e Vangelo, due progetti di salvezza a confronto, gli atti di un incontro interreligioso avvenuto nel 1995. Nello stesso periodo, l’allora cardinale Ratzinger, secondo l’Express, procedeva invece come un “panzer”, per schiacciare la coscienza dei cattolici. Eppure quante suore e quanti sacerdoti praticano la meditazione yoga e quella zen, lontano dagli occhi indiscreti della curia!


mercoledì 12 maggio 2010

Ananda Moyi Ma,la madre permeata di gioia





Una folla immensa si era riversata lungo le rive del Gange, ad Hardwar, per seguire i solenni funerali di Ananda Moyi Ma, la madre permeata di gioia. Era il 29 agosto 1982. Avrei voluto incontrarla, ma arrivai a Dehra Dun proprio il giorno della sua morte, il 27 agosto. La santa, venerata in tutta l’India, molto amata e seguita, aveva lasciato il suo corpo a 86 anni. Di lei si raccontano cose straordinarie. Era solita rimanere in samadhi per giorni interi senza magiare, faceva miracoli.


Ananda Moyi Ma era nata in Bangladesh; secondo la tradizione indiana a tredici anni fu data in sposa a un uomo molto più grande di lei, che era continuamente in viaggio. Per questo motivo, lasciò i genitori, molto religiosi, per trasferirsi nella casa dei parenti del marito, dove fu costretta a duri e umilianti lavori. A diciotto anni si trasferì nella città dove risiedeva il marito, ma il matrimonio non fu mai consumato; ben presto l’uomo si rese conto di aver sposato una donna non comune. Se si avvicinava a lei veniva subito respinto da una scossa elettrica. La giovane donna manifestò subito le sue doti spirituali: digiuni continui, anche per mesi , preghiere, estasi. Attorno a lei, ovunque andasse, si radunava una folla di fedeli. Ella chiedeva a sè stessa la stessa disciplina ascetica imposta ai brahmachari : purezza nella parola, nei pensieri e nelle azioni. Teneva conferenze di altissimo livello, pur non avendo avuto un’istruzione, e rispondeva alle domande dei discepoli.


Un giorno uno di questi gli chiese quale fosse il sentiero migliore per realizzarsi.

Lei rispose:”Tutti i sentieri sono buoni. Dipende dalle disposizioni mentali dell’uomo, dai suoi condizionamenti, dalle tendenze che ha portato con sè dalle vite precedenti. Proprio come si può raggiungere lo stesso luogo utilizzando l’aereo, il treno, o l’auto, allo stesso modo vi sono differenti linee di approccio per differenti tipi di persone.”

L’uomo chiese ancora : Tutti i sentieri hanno gli stessi meriti?

Sri Ma rispose: “ Ogni elargizione di Verità è un evento unico. Nessuno sentiero può essere paragonato ad un altro. L’Infinito ha infiniti modi per rivelare sé stesso.”

E’ necessario rinunciare al mondo?, le chiese un altro discepolo.

“ No, perché? Esiste forse un luogo dove Dio non c’ è ? - rispose Ananda Moyi Ma – Il modo normale di vivere può essere trasformato in un modo spirituale di vivere....Realizzare sè stessi significa scoprire che non vi è nient’altro che Dio, solo Dio e tutto è soltanto Dio”.


Yogananda, nella sua “Autobiografia di uno Yoghi” le dedica un intero capitolo. Incontrando Yogananda a Calcutta, per strada, Ananda Moy Ma gli disse: “Padre , ti incontro in questa vita dopo secoli! Ti prego, non andartene di già”. Yogananda confessa, nella sua autobiografia , che in India aveva visto molti uomini che avevano realizzato Dio ma per la prima volta aveva incontrato una donna così “sublimemente santa”. Ananda Moyi Ma, invitata da Yogananda, visitò l’ashram di Ranchi. Fecero una foto insieme, poi si incontrarono di nuovo alla stazione di Serampore. Ananda Moyi Ma era in partenza per Dehra Dun, sull’Himalaya, dove i discepoli avevano costruito per lei un ashram.

In un viaggio successivo ho voluto visitare la tomba di Ananda Moyi Ma. Non ero riuscita a vederla da viva, volevo almeno renderle omaggio da morta. La tomba era semplice e lineare, di un marmo bianco splendente. In quell’occasione comprai alcuni libri su di lei e una foto molto bella: Ananda Moyi Ma è seduta per terra, avvolta da un’aureola di luce, i lunghi capelli neri sciolti sulle spalle, con un sorriso dolce e radioso.


domenica 9 maggio 2010

Ranchi e la visione di Yogananda



Nell’ ottobre del 1990 ho visitato l’ ashram di Yogananda a Ranchi, nel Bihar, nulla a che vedere con l’ashram americano di Encinitas sull’Oceano Pacifico. Dalla raffinata eleganza americana ero passata alla spartana semplicità indiana. La stanza dove dormivo era povera, disadorna, essenziale. Il letto di legno aveva una rete per le zanzare. Non c’erano vetri alle finestre. Pioveva in continuazione, il caldo umido dei monsoni era insopportabile. Durante la notte avevo problemi di respirazione. Mancava spesso l’ elettricità, era impossibile fare una doccia. Così, dopo due giorni, decisi di trasferirmi in un albergo vicino alla ferrovia, dieci minuti a piedi dall’ashram. Ogni mattina mi recavo all’ashram e la sera tornavo a dormire in albergo.


Durante il soggiorno parlai con swami Bhavananda Giri, un americano trapiantato in India: "Dio è con te- mi disse - è inutile cercarlo fuori. Se l’India ora ti appare diversa è perché tu sei diversa. Amare Dio sempre, lavorare pensando a Dio: questo significa meditare sempre. Le malattie, i problemi, sono una benedizione di Dio, ci costringono a stare più vicini a lui, a distaccarci dal mondo.” Un concetto, ripetutomi da altri, su cui non sono mai stata d’accordo. Perché Dio vorrebbe vedermi soffrire?

Passeggiavo spesso in giardino tra giganteschi e colorati cespugli di lantane. All’interno dell’ ashram c’era una piccola tipografia , dove ho comprato libri e cassette. Durante le mie passeggiate incontravo spesso una bambina che portava sulle spalle il fratellino più piccolo,viveva tutto il giorno con questo peso sulle spalle. Per farla giocare le regalai carta e matite. La seguivo mentre camminava con il suo pesante fardello, una specie di emanazione del suo corpo, a cui non faceva più caso.


Un pomeriggio andai a pregare nella stanza dove meditava Yogananda. E successe una cosa strana. Stavo seduta per terra nella posizione del mezzo loto, avevo gli occhi chiusi, a un certo punto sentii il mio corpo girare velocemente su sé stesso in senso rotatorio, come una trottola. Non riuscivo a capire cosa stesse accadendo, il movimento era una forte distrazione, così, invece di lasciarmi andare e affidarmi alla magia dell’inesplorato, aprii gli occhi e il mio corpo si fermò.


Un altro episodio insolito mi accadde qualche giorno dopo. Come sempre passavo il mio tempo libero passeggiando nel giardino. Vicino a un grosso albero c’è una foto di Yogananda su una lapide di marmo, la stessa foto che appare sulla copertina dell’Autobiografia di uno Yoghi. Camminando arrivai davanti a un edificio basso. Da una finestra si vedevano molti ragazzi, vestiti di bianco, chini a studiare. Di spalle, davanti alla finestra, c’era un uomo dai lunghi capelli neri con l’abito arancione degli swami. Come se avesse avvertito la mia presenza lo swami si girò. Mi fissò per alcuni secondi poi tornò nuovamente di spalle. Era Yogananda. Non cercai spiegazioni razionali, mi dissi soltanto che nell’ashram avevo visto un solo swami vestito di arancione, l’ americano Bhavananda Giri, e molti bramachari vestiti di bianco.


venerdì 7 maggio 2010

L’energia della preghiera


La preghiera la ritroviamo in tutte le culture e religioni. Tutti noi abbiamo fatto l’ esperienza della preghiera. Perché la preghiera alcune volte è efficace ed altre no? Perché, a volte, gridiamo “aiuto” al cielo e non otteniamo risposta? A queste domande risponde, con un bel libro, Thich Nhat Hanh. Perchè se mancano fede, compassione e amore- spiega il monaco zen- è come cercare di telefonare a qualcuno avendo il cavo del telefono tagliato. “Il primo elemento che serve per una preghiera efficace - scrive Thich Nhat Hanh - è la comunicazione fra noi e l’entità che stiamo pregando.” Questo richiede consapevolezza e concentrazione. Condizioni necessarie per ottenere la saggezza trascendente.


Il monaco zen, nel suo libro “L’energia della preghiera”- come approfondire la pratica spirituale quotidiana- afferma che noi e Dio non siamo esistenze separate e distinte e, per questo motivo, la volontà di Dio deve essere anche la nostra volontà. Noi siamo in Dio o meglio Dio è in noi, lo diceva anche Gesù, citando il Salmo 82,: “Voi siete Dei e tutti figli dell’Altissimo”. Thich Nhat Hanh consiglia di pregare in una comunità religiosa, perché la preghiera collettiva è sicuramente più efficace di una preghiera solitaria: pregare insieme rafforza l’amore e la compassione per tutti gli esseri viventi. Il libro, che affronta anche la differenza tra le preghiere dei cristiani e quelle dei buddhisti, si conclude con alcune semplici tecniche di meditazione.


Per chi segue da anni queste tematiche probabilmente non troverà nulla di nuovo in quello che dice Thich Nhat Han, ma con il suo linguaggio semplice ed efficace il monaco vietnamita, arriva diritto al cuore dei problemi, e questo spiega il largo seguito che ha in occidente. Per chi sta morendo e per chi è malato la preghiera può essere di grande conforto. Il credente, grazie alla sua fede, affronta, l’ esperienza della morte con più serenità. Per i più fortunati c’è una luce che li guida fino alla soglia.


La preghiera quotidiana, più che incontro d’amore con Dio, è per lo più vissuta come un resoconto di richieste: “Mio Dio, ti prego, fammi ottenere quel posto, fammi guarire, fa che mio marito torni a casa.” Eppure, la vera preghiera è proprio quella che non chiede nulla, è lo stato di ascolto, di ricezione nei confronti dell’Assoluto. Noi dovremmo pregare soprattutto per la pace nel mondo, devastato da tante guerre, per tutti coloro che soffrono nel corpo, nella mente, nell’anima, per chi è in carcere, per chi è in ospedale, per i bambini che muoiono di fame, per i bambini soldato, per i bambini sfruttati, violentati, uccisi. E siccome queste sofferenze continuano a riprodursi, dobbiamo concludere che le nostre preghiere sono inefficaci. L’Assoluto è sordo alle nostre suppliche, noi parliamo con un telefono senza cavo, o è tutta colpa del karma, del destino?


La foto del Dalai Lama in preghiera è di Emiliano Pinnizzotto, per gentile concessione della Graffiti Press.

giovedì 6 maggio 2010

La Chiesa e la sessualità

Tutto ciò che riguarda la sfera privata di una persona deve rimanere riservato, circondato da rispetto e silenzio. Ho sempre trovato fuori luogo esprimere apertamente le proprie tendenze sessuali, qualunque esse siano. Credo che la Chiesa consideri per un sacerdote l’omosessualità un peccato minore rispetto alla relazione con una donna; se questa rimane incinta il problema non si risolve con il silenzio imposto e può mettere in crisi la vocazione. Molti cardinali parlano ora apertamente della revisione del celibato, mentre altri sono nettamente contrari. Nella chiesa ortodossa da sempre i sacerdoti possono avere una famiglia. Per non parlare del passato, quando Papi e vescovi avevano amanti e figli.


Ma per un sacerdote il peccato più grave è la pedofilia: violentare psicologicamente e fisicamente un bambino, sfruttando il proprio carisma, il proprio potere sulle anime è disgustoso. Su questo tipo di abusi la chiesa per decenni è stata molto tollerante. Il coraggio delle vittime di denunciare pubblicamente i propri persecutori ha portato alla luce un fenomeno così diffuso in molti paesi, dagli Stati Uniti all’Europa, da scuotere le fondamenta della Chiesa. L’attuale Papa Ratzinger ha avuto parole molto dure su questo fenomeno, ma alcuni lo accusano di aver saputo e di aver taciuto quando era ancora arcivescovo a Monaco e, come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, di non aver allontanato un prete pedofilo, padre Kiesle, quando lo stesso vescovo di Oakland nel 1982 ne chiedeva la rimozione dopo le prime accuse di molestie. Il sacerdote sarà allontanato soltanto nel 1987 ( continuando a lavorare tra i giovani), finchè nel 2002 fu arrestato e condannato a sei anni di carcere. Le testimonianze delle vittime sono veri e propri racconti dell’orrore, agghiaccianti nella loro crudezza. E la "loro dannazione sarà più terribile", dice Charles Scicluna, promotore di giustizia della Congregazione della Fede. Ma non sarà certo il timore di un inferno più duro a contrastare un fenomeno che ha radici così profonde.


Il Vaticano, finalmente, ha scoperto anche il caso del fondatore dei Legionari di Cristo, padre Degollado, accusato di pedofilia, abusi sessuali, tossicodipendenza, sospeso a divinis nel 2006, morto nel 2008. Si parla anche di due “mogli e tre figli. Una di queste è stata riconosciuta dal sacerdote. Ma le prime accuse risalgono al 1948! Quanto male si sarebbe potuto evitare! Bisognava impedire che padre Degollado accumulasse negli anni tanto potere e tante malefatte. Benedetto XVI, finalmente, ha deciso di nominare un suo “delegato “ con l’incarico di avviare una profonda revisione della struttura dei Legionari di Cristo, profondamente scossa dall’ennesimo scandalo.