martedì 21 settembre 2010

Dwarahat : Il sogno prima della partenza


La notte prima della partenza da Dwarahat feci un sogno.

Sto salutando Swamj Sharananda Giri. ( E’ sicuramente uno Swami, non ricordo se fosse proprio lui). Mi inchino per baciargli i piedi in segno di rispetto e di saluto, come si usa fare in India, e mi metto a piangere. Devo partire. Lui rialza la mia testa, pone affettuosamente le mani sul mio capo , sulle spalle e dice:”Perchè piangi. Asciuga le tue lacrime. Il tuo cattivo karma sta per finire”. Mi alzo in piedi e mi saluta baciandomi sulla guancia. La cosa mi lascia stupita e felice . Ci sono altre persone. Mi sveglio.


Raccontai il sogno a Swamij. Per la prima volta non commentò e cambiò argomento. Era preoccupato per la mia partenza. (Il taxi che avevo prenotato per il ritorno arrivò con un’ora di ritardo, avevo un volo prenotato a Delhi) . Swamji prima di salutarmi mi disse: “Quando vieni il prossimo anno, scrivi prima. Sii calma!”


Ma non ci sarà un altro viaggio per Dwarahat . Non incontrerò più Swami Sharananda Giri. L’anno successivo, per problemi di salute, non riuscii a partire e Swamji quello stesso anno morì.

Swami Sharananda Giri: il vero amore

Il vero amore non è passione, né attaccamento. L’attaccamento è più naturale in una madre che ha portato in grembo il figlio e gli è stata vicina i primi anni. Responsabilità vuol dire disciplina. Bisognerebbe sposarsi quando si capisce il dovere e la responsabilità insiti nel gesto. Sentire la disciplina e l’equilibrio. Sviluppare le qualità divine per andare nella giusta via. Essere umili. Ghandi, grande anima, era umile.


I genitori non dovrebbero mai discutere davanti ai bambini, né prendere la parte dei figli contro l’altro genitore. Giocare con i bambini, intrattenerli, insegnare loro la disciplina. Per esempio: “Chi sta fermo dieci minuti vince la cioccolata”.


Leggere le storie legate alla propria cultura, alla propria tradizione, ma che siano istruttive, che insegnino i sani principi.


Non fare ai figli troppi regali, soltanto in alcune particolari feste, come il compleanno, il Natale. Non comprare tutto quello che chiedono. Aiutare i figli a seguire gli studi, ma quando smettono di studiare e hanno terminato l’Università lasciarli andare:”La porta è aperta”. Devono rendersi autosufficienti.


Se un figlio dice : “Se non mi aiuti (ovvero non mi dai soldi) vuol dire che non mi ami”, bisogna rispondere:” Quanti soldi mi dai perché io possa valutare il tuo amore?”. Questi alcuni consigli di Swami Sharananda Giri

lunedì 20 settembre 2010

Swami Sharananda Giri:il lavoro

Il lavoro, qualunque esso sia, (in casa o fuori) è un dovere. Il lavoro deve essere fatto come un servizio senza attaccamento al denaro, al successo. Non deve essere visto come una punizione. In questo caso diventa pesante. Questa è la risposta di Swami Sharananda Giri a una delle ragazze tedesche, ospiti dell’ashram, che si lamentava di perdere troppo tempo a cucinare e a badare ai bambini e, di conseguenza, di non avere tempo sufficiente per meditare. I lavori domestici non devono essere visti come un lavoro faticoso e inutile.(devo pulire casa, devo cucinare, non posso meditare). Qualunque cosa si fa , si fa per Dio. Pulire la propria casa, come se dovesse arrivare un ospite importante. E’ Dio che ci visita nella nostra casa, nel nostro cuore.


Disciplinare se stessi creando una routine e seguirla scrupolosamente, perché se si rompe una volta si può rompere sempre, ripeteva Swamji. Nel lavoro bisogna essere onesti, non esiste un piccolo reato o un grande reato, esiste soltanto il reato.


Pianificare la propria vita. Scegliere uno scopo, studiare attentamente tutto ciò che può aiutarci a raggiungere l’obiettivo, con discriminazione, e poi camminare per la retta via.


Mai diventare negativi. E’ la coscienza che fa da tramite con Dio.


Un giorno Swami mi fece andare in cucina per vedere come si preparano le chapati, il tipico pane indiano senza lievito. Ripeteva :”Cucinare da soli il cibo è importante”. Ecco la ricetta per le Chapati: farina + acqua. Dopo aver amalgamato i due ingredienti trasformarli in una palla, lasciarla riposare per mezz’ora, dividerla, stendere le varie chapati, ripassarle nella farina e cuocerle su una piastra bollente.

Swami Sharananda Giri: l'amicizia,le religioni

L'amicizia

Divina amicizia significa aiutarsi senza egoismo, senza attaccamento, evitando le futili chiacchiere del mondo. Non c’è bisogno di avere molti amici. Ne basta uno solo vero. Ci vogliono anni per capire un figlio, che cosa si può conoscere di una persona incontrandola qualche volta per una cena?,diceva sorridendo Swami Sharananda Giri.


Non bisogna essere troppo attaccati agli amici, non bisogna sapere tutto; la familiarità può trasformarsi in mancanza di rispetto. Mantenere sempre una certa distanza. Dire sempre la verità, senza falsi formalismi. Se arriva la telefonata di un amico mentre stai cucinando basta dire semplicemente:” In questo momento ho da fare. Richiamami più tardi”.



Le religioni

Il problema non è in quale religione siamo nati. Le religioni spesso sono dogmatiche, legate ai rituali. Se non si sente il bisogno di andare in chiesa non c’è problema. L’importante è seguire Dio attraverso le propria conoscenza diretta, attraverso un sentiero spirituale che ci porti direttamente a lui, un sentiero scientifico, provato, come quello di Yogananda. I sacerdoti sono intermediari di Dio e le Chiese spesso servono per fare soldi.


Il miglior ritiro spirituale è quello che si crea dentro di sé. Chiudi gli occhi e medita,mi diceva, non è importante dove sei. Non c’è bisogno di venire a Dwarahat,in India. Puoi crearti il tuo ritiro spirituale ovunque, in casa, in giardino.


Solitudine non significa stare soli evitando gli altri. Solitudine è meditazione. Non significa allontanarsi dai problemi, perché i problemi ce li portiamo dietro, ovunque siamo.


Abbandonarsi a Dio. L’uomo perfetto è quello che cerca di purificare ogni aspetto della propria vita.

domenica 19 settembre 2010

Swami Sharananda Giri: perle di saggezza


Il proselitismo

Durante uno dei nostri incontri Swami Sharananda Giri affrontò il tema del proselitismo.“Non bisogna fare proseliti.-disse- L’SRF non ha bisogno di propaganda. I devoti vengono da Dio e dal Guru. L’emozione e l’entusiasmo portano a fare proseliti. E’ sbagliato. Non imporre niente a nessuno, tanto meno una scelta spirituale. Vivere con discrezione la propria via. Non c’è bisogno di mettere altarini ovunque per attrarre l’attenzione. Non si possono obbligare parenti e amici a seguire la propria strada.”


E’ facile cambiare il proprio stile di vita amava ripetere Swami Sharananda Giri. ”Distogli la mente dal mondo e mettila in Dio. “ Pick up your mind from the world e put it in God”. E’ così semplice. “It is so simple”. Corretta azione e meditazione. Bastano queste due cose per realizzarsi.



La cultura


Le migliori compagnie non sono umane, sono i libri scritti da grandi anime, ma non c’è bisogno di leggersi la vita di tutti i santi, basta seguire gli insegnamenti di Yogananda, disse un giorno Swami Sharananda Giri. Ma non basta leggerli, bisogna “sperimentare” in prima persona quello che c’è scritto. Allora, la fede si sviluppa e cresce.


Ursula,una delle ospiti dell’ashram, chiese se c’era differenza tra il monaco rinunciante e la vita spirituale di un laico. Swamji rispose di no:”Dipende da quanto progredisci nella vita spirituale- spiegò- Yogananda era un rinunciante, ma Rajarsi Janakananda era uno che viveva nel mondo.”


E per semplificare meglio il concetto Swamij ci parlò di una donna con 13 figli, sempre attiva, sempre generosa e devota. Nonostante tutte le incombenze familiari, tutti i giorni faceva due chilometri a piedi per pregare il suo guru. Una grande anima, eppure non era una monaca, concluse.


I musicisti di Brema

Durante uno dei miei soggiorni nell’ashram (Yss-Srf) di Dwarahat, in India, Ursula, una ragazza tedesca anche lei devota di Yogananda, ci raccontò la favola dei musicisti di Brema, dei Fratelli Grimm. Una favola che non conoscevo. Ecco la storia.



Un povero asinello vecchio, bistrattato da tutti, cacciato dal padrone s’incammina sulla strada per Brema. Pensa: voglio fare il musicista. Voglio cambiare la mia vita. Sulla strada incontra un cane che ha i suoi stessi problemi. Il padrone non lo vuole più perché troppo vecchio e incapace di seguirlo a caccia. L’asino dice al cane:”Vieni con me a Brema. Diventeremo musicisti.” Dopo un tratto di strada incontrano un gatto, anche lui vecchio e spelacchiato, che si unisce alla compagnia. E lungo la strada vedono un gallo che si lamenta su un trespolo: “Ahimè!, mi vogliono cucinare. Sono disperato.” “Unisciti a noi, andiamo a Brema a fare i musicisti. Vedrai che cambierà la nostra vita”, dicono gli altri.


L’asino, il cane, il gatto e il gallo s’incamminano per raggiungere Brema ma strada facendo sopraggiunge la notte. Decidono così di fermarsi ai margini della foresta e proseguire il giorno dopo. Asino e cane si sdraiano sotto un albero, il gatto su un ramo e il gallo in cima all’albero. Dalla posizione più alta il gallo rivela ai suoi compagni: “Vedo una luce, è una casa. Andiamo in quella direzione. Passeremo almeno la notte al coperto”. I quattro animali si muovono e arrivano nei pressi della casa. L’asino si avvicina ad una finestra, il cane sale sull’asino, il gatto sul cane e il gallo sul gatto. ( A Brema esiste una statua che li rappresenta in questa posizione). Il gallo sbircia dentro e vede alcuni uomini che stanno mangiando cose deliziose, mentre loro hanno una gran fame. Riferisce ai compagni quanto ha visto e tutti insieme decidono di fare un concertino. Chissà -pensano- se piacerà agli abitanti della casa forse ci daranno qualcosa da mangiare. Così cominciano a cantare: Io io, Bau bau, Miao miao, Chicchirichì.


L’ improvviso trambusto spaventa invece gli uomini che fuggono fuori gridando:”Aiuto, i fantasmi.!” Ne approfittano gli animali che entrano e mangiano tutto quello che trovano sulla tavola. Alla fine del lauto pasto si sistemano per la notte. Asino e gatto davanti al camino, il cane davanti alla porta e il gallo sul trespolo esterno.


Uno degli uomini ( era una combriccola di ladri) decide di tornare indietro per verificare se dentro la casa ci siano realmente i fantasmi. Quando entra si avvicina al fuoco, vede due puntini rossi (sono gli occhi del gatto), li tocca e il gatto lo graffia dappertutto. Scappa così verso la porta e il cane gli morde i polpacci, oltrepassa la porta e il gallo canta chicchirichì ma lui capisce :”Vattene via, vattene via”.

Il ladro spaventatissimo torna dai suoi compari e racconta che la casa è infestata davvero dai fantasmi, così i briganti decidono di abbandonarla e di non tornarci mai più. Da allora i quattro animali vissero felici e contenti e ogni tanto si divertivano a fare un concertino.


Quale è la morale della favola ? Forse che la creatività e la determinazione aiutano a superare tutte le difficoltà, anche la vecchiaia e la solitudine.

martedì 14 settembre 2010

L’età dell’oro

Il libro di Gore Vidal “L’età dell’oro” affronta la storia americana prima e dopo la seconda guerra mondiale, ne fa una ricostruzione puntigliosa e documentata. Il destino dell’umanità è in mano a poche persone, spregiudicate, a volte incapaci del loro ruolo, che per i loro intrighi mettono a repentaglio la vita di milioni di esseri umani. In fondo, è sempre un maledetto gioco di potere. E, purtroppo, la storia si ripete.


Il dialogo e un profondo scambio culturale possono eliminare, in parte, le radici della rabbia e della disperazione che sono alla base del terrorismo. Nei giorni successivi alla tragedia dell’11 settembre 2001 centinaia di musulmani, forse migliaia, scesero in piazza in alcuni paesi del medio oriente per manifestare la loro esultanza per la tragedia che aveva colpito gli Stati Uniti d’America. Una netta minoranza, rispetto ai milioni di persone di fede islamica che non amano mischiare Dio con la violenza. Ma è stato, comunque, un episodio grave e inquietante che dimostra quanto cammino deve ancora fare l'umanità per garantire una pacifica convivenza tra le nazioni e, nello stesso tempo, la sopravvivenza del nostro pianeta.



sabato 11 settembre 2010

Osama Bin Laden


E di Osama Bin Laden nessuna traccia. Si dice che sia morto, che sia malato e abbia trovato rifugio tra le montagne ai confini con il Pakistan. Più probabilmente è morto, era malato. Da molto tempo non compare in nessun video, ultimamente si è sentita la sua voce minacciosa, ma può essere frutto di manipolazioni radiofoniche.


Gli ultimi video ci mostrano Bin Laden vestito con una giacca mimetica americana e un orologio occidentale. Ha mani delicate con lunghe dita sottili. Il suo volto potrebbe apparire ascetico. Ma quello che rivela il suo carattere è lo sguardo duro, inquietante, determinato. Un miliardario che ha vissuto per anni in occidente, poi il desiderio di potere, l’ambizione di diventare il capo carismatico di tutti i mussulmani lo hanno trasformato in un pericoloso fondamentalista, nel nemico numero uno degli Stati Uniti e di tutto l’Occidente.


E il presidente Barack Obama lo ha ricordato oggi durante una cerimonia di commemorazione: catturare vivo o morto Osama Bin Laden, considerato il cervello dell'attentato dell'11 settembre 2001, è una priorità dell' amministrazione USA.


Nel nome di Dio si giustifica un massacro

Tra i bagagli di Mohammed Atta, considerato il capo degli attentatori delle Twin Towers, c’era una delirante lettera di cinque pagine. Egli parla continuamente di Dio e termina il suo scritto così:”Non c’è altro Dio che Dio. Non c’è nessun Dio che sia il Dio del trono più alto, non c’è altro Dio che Dio, il Dio della terra e del cielo. Non c’è altro Dio che Dio e io sono un peccatore. Siamo di Dio e a Dio torniamo”. Come si può compiere un gesto così orrendo, che ha provocato la morte di migliaia di persone, in nome di Dio.?


Mohammed Atta all’inizio della sua lettera scrive: “Nel nome di Dio, il più misericordioso, il più compassionevole. Nel nome di Dio, di me stesso e della mia famiglia. Ti prego, Dio perdona tutti i miei peccati e concedimi di glorificarti in ogni modo possibile. Ricorda la battaglia del profeta contro gli infedeli, quando cominciò a costruire lo stato islamico”. E’ proprio alla vita di Maometto — che è stato anche un grande guerriero, e come ogni condottiero dietro di sé ha lasciato migliaia di morti — che sembrano ispirarsi i terroristi nella loro guerra “santa” contro l’occidente.


Gesù, il Bhudda, queste due grandi figure mistiche che tutti amano, non hanno mai predicato la violenza, sono stati nella loro vita coerenti con quanto dicevano. Hanno insegnato agli uomini del loro tempo il valore dell’amore, della fratellanza, della compassione, del rispetto, della tolleranza, mentre ritroviamo nella biografia di Maometto un periodo storico nel quale lui vive combattendo, conquistando città, razziando, uccidendo.


I fondamentalisti giustificano le loro azioni violente parlando di guerra santa, la guerra contro gli infedeli, come facevano un tempo i crociati. L’eterna lotta tra il bene e il male. Porgere l’altra guancia? Questa può essere soltanto una scelta individuale. Quando è una nazione intera ad essere minacciata, quando sono in pericolo la libertà e la convivenza civile, si deve assistere impotenti? E’ possibile giustificare la decisione dell’ ex presidente Bush di bombardare l’Afghanistan e l’Iraq? A distanza di tanti anni possiamo dire che quella fu una scelta infausta che ha portato dolore e morte a migliaia di americani e a centinaia di migliaia di cittadini innocenti di quei paesi.

11 settembre 2001

Per giorni, per settimane ho vissuto con un peso sul cuore e una cappa grigia di piombo sembrava aver ricoperto tutta la terra. Dove si ergevano le due torri c’era una luce sinistra e in quel globo luminoso vedevo fluttuare migliaia di corpi astrali. Anime strappate brutalmente alla vita e un grido straziante di paura, di angoscia saliva dalla polvere al cielo.


Era il mio primo giorno di lavoro dopo le ferie estive. Un primo flash di agenzia, poi abbiamo acceso la CNN e siamo rimasti per ore incollati davanti alla televisione con un senso di impotenza, di orrore. I kamikaze delle Twin Tower avevano spazzato via con quel gesto criminale, folle, anche tutte le nostre certezze e ci ritrovavamo più fragili, più insicuri. Eravamo coscienti che la nostra vita sarebbe cambiata per sempre. Noi occidentali abbiamo vissuto in questi ultimi venti anni un periodo di relativo benessere, dominati dal consumismo e dall’egoismo. Abbiamo dimenticato i poveri della terra, le ingiustizie e le tante piccole atroci guerre sparse sul nostro pianeta. Forse una maggiore solidarietà e un profondo scambio culturale possono eliminare le radici della rabbia, della disperazione, che alimentano anche il terrorismo.

Mi chiedo: quell’undici settembre 2001, alle ore otto e quarantacinque, dove volgeva lo sguardo Dio?