mercoledì 23 giugno 2010

L'impronta di una mano

Ogni stagione della mia vita sembra segnata da un fatto inspiegabile. Un episodio risale ai miei vent’anni. Mi ero appena sposata e un giorno tornando a casa trovai l’impronta di una mano su un mio grembiule da cucina, di colore celeste pallido, all’altezza del ventre. Era una mano dalle dita affusolate, come un calco perfetto, con tutte le linee stampate di un grigio pallido, leggermente più lunga della mia, di qualche millimetro, perché istintivamente ve la posi sopra. Era la mano destra con le dita rivolte verso l’alto. Il grembiule era pulito e non c’erano altre macchie o sbavature, come quando ci si pulisce le mani sporche di grasso. Quella presenza inquietante mi spaventava, mi terrorizzava, decisi così di distruggerla. Misi a bagno più volte il grembiule in acqua e candeggina. La stoffa, celeste, divenne sempre più sbiadita, ma l”impronta della mano rimase identica, allora la feci a pezzi, la tagliai, la gettai nella spazzatura. Dimenticai questo episodio per circa vent’anni. Mi tornò alla memoria durante il periodo di analisi junghiana con Helen Erba Tissot, madre spirituale e amica carissima per oltre dieci anni.


La paura che mi suscitava quell’ impronta poteva essere determinata dalla mia inesperienza e dalla mia non accettazione del numinoso. Ero appena uscita da un istituto religioso, dove avevo completato gli studi per volere di mio padre, avevo dimenticato i miei interessi adolescenziali per lo Yoga, credevo di aver abbracciato l’ateismo. Quindi, tutto quello che non era riconducibile a una spiegazione razionale, veniva da me rifiutato. Cosa che mi succede ancora, quando mi capita qualcosa di apparentemente inspiegabile. E non ricordo se all’epoca fossi già incinta e se quella mano fosse il segno di un'anima che aveva deciso di reincarnarsi.


Ho avuto un padre naturale severo e intransigente - e questo spiega perché anch’io sono così sia pure in forma mitigata- e ho sempre pensato a un Padre soprannaturale altrettanto severo e giudicante. Nei momenti di dolore, quando ero sopraffatta dalla disperazione, mi veniva spontaneo piangere invocando: Padre, perdonami!. O di piangere nel sonno e chiedere: Padre, che cosa ho fatto di così terribile per meritare tanto? Ma poi mi dicevo: Perdonami di che? Quale è il peccato che Dio non riesce a perdonarmi? Perché Lui non mi ama?


L’esperienza del divino è riservata a pochi eletti. Se non si ammettono tante vite, milioni di persone non sapranno mai cos’è. Non potranno mai farne l’esperienza, troppo occupati dalla sopravvivenza, o perché non hanno gli strumenti culturali per avvicinarsi a questi temi. Secondo la teoria della reincarnazione siamo noi che torniamo su questa terra finché non troviamo la strada per riunirci a Lui per sempre.


Dio, se esiste, ha dato all’uomo la possibilità di conoscerlo, ma molti non ci arrivano in una sola vita. Partono da lontano o partono in condizioni difficili. Un bambino che nasce in un quartiere malfamato di una città degradata, o in un villaggio africano, o in India, non ha le stesse possibilità di un bambino che nasce in una famiglia agiata, religiosa, di una grande città occidentale! Ci sono situazioni oggettive che non ti aiutano. Per questo mi sembra plausibile il tema della reincarnazione. Si hanno tante altre possibilità di tornare, dipende soltanto da noi, dalla rapidità con la quale impariamo le lezioni della vita!


Nessun commento:

Posta un commento