venerdì 26 marzo 2010

La resurrezione di Sri Yukteswar



Tra i discepoli di Lahiri Mahasaya il più noto in occidente è Sri Yukteswar, chiamato Jnanavatar, Incarnazione della Saggezza. Anche lui era un grande yoghi, con un temperamento severo e austero. A Sri Yukteswar lui fu affidato il compito di preparare Paramahansa Yogananda alla sua missione spirituale: diffondere il Kriya Yoga nel mondo. A questo scopo Parahamansa Yogananda fondò nel 1920 a Los Angeles la Self Realization Felloswship (SRF); nel 1917 aveva fondato in India la Yogoda Satsanga Society of India (YSS).


Nella sua Autobiografia Paramahansa Yogananda descrive l’incontro con Sri Yukteswar, avvenuto il 19 giugno del 1936, tre mesi dopo il mahasamadhi — la morte, come direbbe un occidentale — del suo guru. Sri Yukteswar aveva lasciato il suo corpo il 9 marzo 1936 e Yogananda racconta di aver abbracciato il suo maestro in carne ed ossa, di averlo visto con un corpo simile a quello che aveva sulla terra. Sri Yukteswar spiega che un grande yoghi è in grado di ricomporre gli atomi cosmici, in modo da presentarsi con un corpo simile a quello che aveva precedentemente. Lui è risorto e racconta a Yogananda che vive su un pianeta astrale, Hiranyaloka, dove vanno tutti gli spiriti elevati. In questo capitolo, Sri Yukteswar svela i misteri dell’universo, della vita, parla dei pianeti astrali, delle leggi che regolano il karma.


Durante uno dei miei viaggi in India mi sono recata a Puri per visitare l’ashram di Sri Yukteswar e la sua tomba. Il soggiorno, purtroppo, è legato a ricordi di notti insonni per colpa di migliaia di zanzare che si accanivano su di me, unica preda. Non avevo scampo; senza zanzariere, senza aria condizionata, era un vero tormento. Così una notte, per disperazione, mi alzai all’alba e andai sulla spiaggia. Con le prime luci arrivarono dal mare le piccole imbarcazioni dei pescatori, mentre dalla spiaggia si affrettavano i compratori, intenzionati a contrattare sul prezzo. Un insolito spaccato di vita quotidiana, difficile da vedere se si seguono i classici percorsi turistici.




Lahiri Mahasaya, uno yoghi con famiglia


Lahiri Mahasaya era un padre di famiglia. Lavorava in un ufficio come contabile, nel dipartimento del genio militare del governo inglese; durante il suo servizio ottenne anche diverse promozioni. E per questo incarico fu costretto spesso a trasferirsi da una città all’altra. A diciotto anni sposò una giovane ed ebbe quattro figli, due maschi e due femmine. A trentatré anni incontrò il suo guru, Babaji, ed ebbe l’iniziazione al Kriya Yoga. Lahiri Mahasaya è l’esempio concreto, citato più volte da Yogananda nella sua autobiografia, che si può diventare yoghi anche facendo una vita normale, anzi raggiungendo il pieno successo nel proprio lavoro. Secondo Yogananda la stessa vita di Krishna dimostra che non è necessario lasciare le responsabilità della vita materiale. Il problema può essere risolto portando Dio dove Egli ci ha collocati.


Ci sono luoghi, in India, che ho voluto rivedere più volte; Sanchi, per esempio, dove esiste il più antico stupa buddhista, un posto di grande energia spirituale. E sono voluta ritornare anche a Varanasi. E’ molto suggestivo all’alba prendere la barca e percorrere il Gange e vedere lungo i vari ghat centinaia di persone fare le abluzioni mattutine per purificarsi e ,in lontananza, udire il canto di un mantra che viene dai tanti ashram situati lungo le rive del fiume. La seconda volta che sono stata a Varanasi ho voluto cercare la casa di Lahiri Mahasaya. Non è stato facile. Con un mini taxi mi sono inoltrata nelle stradine della città vecchia. Più volte il tassista si è fermato per chiedere informazioni, sembrava che nessuno conoscesse il posto. Poi siamo arrivati presso una scuola di musica, frequentata da stranieri, e qualcuno lì ci ha dato l’indicazione giusta. Finalmente la casa di Lahiri Mahasaya! Nel cortile interno c’erano tre statue: quella di Lahiri e di altri due suoi discendenti. La tradizione del Krya Yoga, nella famiglia di Lahiri Mahasaya, continua a trasmettersi di padre in figlio. Una generazione di grandi yoghi.




La morte di Hélène


Hélène è stata una grande analista junghiana, profondamente spirituale, acuta e dolce; ha avuto come maestri Ernst e Dora Bernhard. Era nata a Basilea il 19 luglio del 1904, si era laureata in legge, ma l’incontro con Yogananda aveva cambiato la sua vita.


Il nostro rapporto è stato all’inizio quello classico, tra analista e paziente, poi , nel corso degli anni , si è trasformato in un rapporto di profonda amicizia. Anche lei confidava le sue pene e a volte andavamo insieme a meditare nella cappella della SRF di Roma. Nell’estate del 1986 Hélène, come faceva spesso, era tornata in Svizzera per le vacanze estive, ma i mesi passavano e di lei non si avevano più notizie. Un giorno , con gli occhi dell’anima, la vidi malata, in una stanza tutta bianca. Finalmente, dopo laboriose ricerche, riuscii ad avere il numero di telefono della clinica dove era ricoverata. La chiamai diverse volte, lei voleva tornare a Roma, al suo lavoro, ma i medici sconsigliavano il trasferimento. Cercai di confortarla e di assicurarla che tutti coloro che l’ amavano l’aspettavano a Roma che , da moltissimi anni , era diventata la sua città. Alla fine Hélène tornò, era ancora abbastanza lucida, così decidemmo insieme di incontrarci spesso per raccogliere materiale per un libro. C’erano le sue conferenze da recuperare, la memoria del suo lavoro. Per un mese ci vedemmo due volte alla settimana, fino al 31 gennaio 1987, quando la pagina del mio taccuino rimase bianca.


La malattia di Hélène progrediva rapidamente, non era più autosufficiente. Aveva vuoti di memoria, paure infantili. Tutta la sua cultura, la sua sensibilità, la sua intelligenza, la sua ironia venivano cancellate giorno dopo giorno. Era rimasto il suo sorriso dolcissimo e i suoi occhi che avevano il colore di un lago alpino. Vederla soffrire mi faceva soffrire terribilmente, così egoisticamente rallentai le mie visite e mi vergognavo per questa scelta. Un giorno la trovai in piedi, scalza. La donna che l’assisteva l’aveva punita. Lei mi vide e disse:” Per fortuna che sei arrivata, sei il mio angelo”. La mia angoscia aumentava, come aumentava il mio senso di impotenza. Per dieci anni lei era stata il mio unico punto di riferimento, mi capiva al volo e sapeva condurmi al cuore dei problemi, ma in quella circostanza lei aveva bisogno di me ed io non sapevo come aiutarla.


Pensando di farle cosa gradita organizzai un pomeriggio di preghiera e di canti di Yogananda. Non immaginavo che quello sarebbe stato l’ultimo giorno che l’avrei vista. Quando arrivai lo capii subito. Era stesa sul letto, i suoi occhi guardavano lontano. Non parlava più, era assente , ma per un po’ sembrò ripetere il mio nome. Le stringevo la mano e piangevo disperata, la mia madre spirituale mi stava lasciando. Mentre risuonavano nella stanza le dolci melodie dei bhajans creati da Paramahansa Yogananda, Hélène ascoltava in silenzio.


Il gruppo di devoti della Self Realization Fellowship di Roma se ne andò in serata , io rimasi accanto a lei ancora per un po’, continuando a stringerle la mano mentre piangevo silenziosamente. Alla fine tornai a casa. A mezzanotte mi arrivò la telefonata che mi comunicava la morte di Hélène. Era il 19 ottobre del 1987. La sua scomparsa ha lasciato in me un vuoto incolmabile.


Foto: Natale 1986. A sinistra Hélène, a destra Rosanna Zerilli ( Horus).


Hélène Erba Tissot


La mia amica Hélène Erba Tissot amava ripetermi che avevo dentro di me una sorta di amplificatore interno, che dovevo imparare a manovrare, perché le emozioni erano così violente che la mia salute ne avrebbe risentito. Se si nasce ipersensibili ed emotivi è difficile raggiungere il distacco, ma in tutti questi anni è stato il mio terreno di lavoro. Vivere nel mondo senza essere del mondo. E la solitudine è stata una scelta di necessità, non soltanto per sopravvivere fisicamente, ma anche per dedicarmi agli interessi spirituali.


È stata Héléne, durante le sedute di analisi, a farmi tornare l’amore per la filosofia yoga, che avevo scoperto durante l’adolescenza. È stata lei a regalarmi la prima foto di Paramahansa Yogananda, che da allora è sul mio comodino accanto al letto. È stata Héléne a far riaffiorare dall’inconscio un episodio che avevo completamente dimenticato e che riguarda una strana impronta di mano trovata su un mio grembiule da cucina. Con lei ho percorso anni difficili di cammino spirituale, piena di dubbi e di diffidenze. Ancora segnata dall’esperienza cattolica non volevo rientrare in un’altra chiesa.



L’incontro con lei, anche quello predisposto da una serie di circostanze incredibili, ha cambiato la mia vita in tutti i sensi. Un amico psicoanalista mi disse:” Preferirei che tu andassi da un’altra persona, una nonna, ti racconterà le favole”. Fu proprio grazie a lei che andai a curarmi in Germania, vicino a Stoccarda, in una clinica diretta da un suo amico medico. Un mese di cure alternative e finalmente, dopo quattro anni di dolori atroci alla colonna vertebrale, ritrovai a poco a poco un po’ di benessere. Era il nostro un rapporto molto intenso. È stata per me sicuramente un guru vivente, che mi ha avvicinato all’altro guru, che io non ho conosciuto, ma lei sì, Yogananda.

In uno dei nostri incontri Hélène mi parlò del suo viaggio a Los Angeles:


“Sono arrivata in America il 4 marzo del 1952, tre giorni prima della morte di Yogananda. E’ stata per me una data importante. Ho conosciuto Yogananda proprio pochi giorni prima del suo mahasamadi . “Vai a trovarlo”, mi aveva detto Ernst Bernhard. La cosa che più mi ha colpito è stata la semplicità con cui mi ha ricevuto. Quando l’ho visto per la prima volta era circondato da una grande luce; ero molto emozionata, avevo la sensazione di vedere una persona già vista. Aveva detto ai suoi discepoli che aspettava tre persone dall’Europa, ma nessuno sapeva del mio arrivo. Davanti alla sua tomba ho visto una luce, poi la stella a cinque punte, l’apertura del terzo occhio. Col tempo si è richiuso, ma adesso so che c’è, che esiste realmente, non soltanto nei libri di yoga. “



domenica 21 marzo 2010

La Bhagavad Gita: una metafora?

La Bhagavad Gita: una metafora?

Alcuni commentatori intendono la storia della Bhagavad Gita come una metafora dell’evoluzione spirituale dell’uomo. Arjuna, il discepolo del Dio Krishna, deve combattere ed uccidere i suoi cugini che ama, di qui la sua crisi di coscienza, ma forse i Kaurava sono soltanto parti di sé che deve avere il coraggio di superare per avanzare nel cammino spirituale.


Paramahansa Yogananda ha lavorato per anni al commento della Bhagavad Gita. All’inizio del primo capitolo del suo libro scrive: “Il messaggio eterno della Bhagavad Gita non si riferisce soltanto a una storica battaglia, ma al conflitto cosmico tra il bene e il male: la vita come una serie di battaglie tra Spirito e materia, anima e corpo, vita e morte, conoscenza e ignoranza, salute e malattia, immutabilità e transitorietà, padronanza di sé e tentazioni, discernimento e mente accecata dai sensi”.


Anch’io credo che dobbiamo interpretare la Bhagavad Gita come una metafora. Noi combattiamo la nostra battaglia quotidiana, la lotta è contro i nostri demoni interiori, la nostra Ombra. Non posso pensare che Krishna inviti Arjuna a uccidere un altro senza pietà perché quello è il suo dovere in quel momento. Sono per la non-violenza gandhiana e in India la non violenza credo abbia radici antiche. Quando mio figlio era piccolo mi sono chiesta più volte se sarei mai stata capace di uccidere per difenderlo. Una madre deve uccidere per difendere i propri figli?


sabato 20 marzo 2010

Samadhi

Samadhi

Nirvana , Samadhi, Illuminazione, sono parole diverse per esprimere quello stato di perfetta unione e armonia tra la coscienza individuale e la coscienza universale, cioè l’ estasi, la beatitudine sperimentata dai santi. Per uscire dal ciclo delle rinascite ci vogliono centinaia, forse migliaia di incarnazioni, poi — secondo i testi di yoga — si passa nel mondo astrale e infine in quello causale. Per il cristiano, invece, c’è una sola vita e la dottrina non prevede l’abbandono progressivo dei tre corpi: il corpo eterico o fisico, il corpo astrale o emotivo e il corpo–idea o causale.


Il corpo fisico dipende dal cibo e si distrugge con la morte; quello astrale dipende dall’energia, dalla volontà e dall’evoluzione del pensiero e il terzo corpo, quello causale, dipende dalla saggezza e dalla felicità. Gli ultimi due corpi rimangono legati insieme dai desideri e dal karma non consumato. E sono proprio i desideri che ci legano alla terra e ci spingono a reincarnarci.


ParamahansaYogananda, un grande yoghi vissuto negli Stati Uniti, dove ha fondato a Los Angeles nel 1920 la Self Realization Felloship, fa una sottile distinzione tra Spirito e anima. Lo Spirito è “gioia” sempre nuova; l’anima ne è il riflesso individualizzato. Quando tutti i desideri sono consumati con la meditazione, i tre corpi–prigione si dissolvono e l’anima diviene puro Spirito.


venerdì 19 marzo 2010

Padre Mariano Ballester


Nell’anno tremila ci sarà un'unica religione


Il progresso nasce dall’apporto di varie esperienze e culture, così la spiritualità può crescere grazie all’apporto di tutte le religioni. Forse soltanto riunendo le intuizioni, le esperienze dei mistici di tutto il mondo ci si può avvicinare a capire l’Inesprimibile.

Uno scienziato che si mette a tavolino perché deve scoprire il segreto dei geni, fa tesoro di tutte le scoperte precedenti fatte da altri nei secoli. Così una persona spirituale, che vuole raggiungere Dio, utilizza tutte le strade che trova sul suo cammino. Potrebbe pregare in un tempio buddhista o in un tempio induista. Qualunque tempio è la casa del Signore. Alla fine, inevitabilmente, sceglierà la sua strada, quella più congeniale a lui per cultura o per temperamento, ma se conosce anche le altre religioni saprà rispettarle ed amarle.

Padre Mariano Ballester, un gesuita spagnolo che da più di trent’anni conduce esercizi spirituali, aperti a laici e religiosi, insegna alcune tecniche per entrare in contatto con il Sé, con il centro divino che è in noi. Tecniche che hanno molti punti in comune con lo yoga e lo zen. Padre Mariano Ballester è una figura molto bella all’interno della Chiesa, eppure sembra quasi che agisca nella clandestinità. Esprime concetti rivoluzionari, lontano dal pulpito. Un’avanguardia di quella che sarà, a mio avviso, la Chiesa del futuro, forse nel tremila.