domenica 18 aprile 2010

Dorothy Day: essere santi oggi

Nella chiesa cattolica non esiste la figura del Guru come viene inteso nell’induismo. Un maestro realizzato che ha l’incarico di guidarti nella ricerca spirituale verso Dio. Nel passato c’erano santi con un grande carisma come santa Chiara e san Francesco, considerato dagli indiani lo yoghi d’ Occidente. Alla carenza di vocazioni si aggiunge una carenza di santità. Giovanni Paolo II, durante il suo pontificato, ha beatificato centinaia di persone ma nessuna –secondo alcuni osservatori - aveva la statura spirituale di san Francesco.


Tutti gli esseri umani hanno la possibilità di evolvere spiritualmente, grazie a questa scintilla divina che è in ognuno di noi. Ma, a mio avviso, la vera santità è vivere! Essere santi significa vivere tutti i giorni questa vita, attraversare questo mondo, a volte perverso, diabolico, cattivo, senza esserne travolti, portandosi dietro le ferite fino alla fine.


Un esempio di santità vicina a noi è quella della giornalista americana Dorothy Day. Dorothy era una donna molto coraggiosa, una attiva pacifista, dedicò tutta la sua vita alla non violenza e alla solidarietà per i diseredati. Lottò contro la guerra in Vietnam, contro le tasse ingiuste, fondò a New York una comune nell’East Village, sulla Terza Strada, e nel 1933 un giornale, il Catholic Worker, venduto a 1 centesimo, che lei diresse fino alla sua morte, avvenuta l’11 novembre del 1980, a 83 anni. Il movimento da lei creato (e il giornale che ne era l’espressione), coniugava il forte impegno politico con le battaglie in difesa degli emarginati. Dorothy, espressione del pacifismo cattolico americano, fu controllata per tutta la sua vita dall’FBI e finì più volte in carcere. Le case del Catholic Worker, ora più di cento, sparse in tutto il mondo, offrono rifugio agli ultimi della terra. Dorothy si può considerare una Madre Teresa laica. La prima casa storica di St. Joseph, che fu anche la prima mensa dei poveri, fu chiusa dal sindaco Giuliani con l’intenzione di “ripulire “ la città.


L’arcivescovo di New York, il cardinale John O’Connor, affermò alcuni anni fa in un’omelia che gli sarebbe piaciuto vedere la santificazione di Dorothy Day. La sua causa di canonizzazione fu proposta nel 1983, osteggiata da molti cattolici conservatori per i “peccati” commessi da Dorothy prima della sua conversione al cattolicesimo, come la sessualità prematrimoniale e un aborto. Nonostante questo, Giovanni Paolo II, nel 2000, concesse all’arcidiocesi di New York di aprire la causa di canonizzazione conferendo a Dorothy Day il titolo di “serva di Dio”.


Bisogna però ricordare che la stessa Dorothy un giorno disse: “Quando cominciano a chiamarti santa vuol dire che non ti prendono più sul serio”.


giovedì 15 aprile 2010

Srinagar: una luce nel buio



Una epifania, così potrei definirla, risale al mio primo viaggio in Kashmir, nel 1982. Soffrivo moltissimo perché avevo due lutti da digerire: la morte di mio padre e la fine di un rapporto intenso, coinvolgente, il più importante della mia vita. Avevo un dolore lacerante al cuore, spaventoso. Mi svegliavo la notte con le lacrime agli occhi, con il cuscino bagnato perché, o sognavo mio padre o sognavo il mio ex. E ogni volta c’erano sempre mille difficoltà che rendevano i contatti difficili, impossibili. E io mi disperavo perché li vedevo scomparire tra la folla e non potevo più avvicinarli e dire loro ciò che mi era rimasto congelato nel cuore.


Mio padre era stato sempre molto severo con me, privo di affettività per un eccesso di pudore o per un malinteso senso di virilità. Soltanto poco tempo prima di morire si era ristabilito un rapporto affettuoso e così la sua scomparsa mi aveva lasciato un vuoto incolmabile, avevo perso quello che non avevo mai avuto e che avevo intravisto come possibilità. L’uomo che ho amato più di me stessa, alla fine avevo deciso di lasciarlo perché il rapporto era diventato per me troppo doloroso, distruttivo. Ne andava della mia vita. Qualche anno dopo, per altri motivi, si ripresentò la stessa condizione di sofferenza atroce, ma in quel caso ebbi la fortuna di incontrare Giovanni Paolo II, che mi fece il miracolo di togliermi il dolore al cuore.


Ero a Srinagar, dormivo in una house boat, stavo facendo, come tutte le sere, un sogno doloroso, quando mi svegliai improvvisamente. Ai piedi del mio letto c’era una figura luminosa, un ovale di pura luce, non aveva sembianze umane. Ma per quei pochi eterni istanti, che è rimasta lì davanti a me, ai piedi del letto, ho sentito una tale pace, una tale gioia, il mio cuore era diventato improvvisamente leggero. Poi questa figura luminosa si è spostata a sinistra, dove c’erano il muro e la porta, ed è scomparsa dalla mia vista. Mi sono subito girata a destra per vedere se la mia compagna di viaggio si fosse accorta di qualcosa, ma lei dormiva. Mi sono riaddormentata e ho ricominciato a piangere.


lunedì 12 aprile 2010

Il seminario di Vimala Thakar

Vi propongo una sintesi del seminario di Vimala Thakar (1984)

L’atto di vivere deve essere libero da ogni condizionamento mentale o schema. La coscienza è limitata (scelta, accettazione, memorizzazione) ed è un movimento continuo. Quando meditate sedete tranquilli, senza la volontà di rilassarvi, senza azioni mentali, senza voler cambiare. Per superare la sonnolenza durante la meditazione camminate lentamente nella stanza. Se avete sonno, dormite.


Il silenzio è una nuova dimensione di coscienza. Nel silenzio le energie vengono attivate . Non ci sono più né centro né circonferenza. La dimensione senza pensiero e senza spazio attiva energie qualitativamente diverse. Il silenzio, privo di pensieri, privo di attaccamenti del sé e dell’io, non è un’esperienza dell’ego, è una dimensione di coscienza.


La sofferenza è la continuità nel pensiero dell’evento negativo. Durante una conferenza di Krisnamurti un uomo seduto in sala si alzò e disse:”Tu parli di sofferenza. Intanto io sto morendo di cancro.” Krisnamurti rispose:”Tu non stai morendo di cancro. Stai in piedi. Siediti”.


Impara ad abitare con il dolore fisico senza cercare dagli altri pietà e comprensione e senza cadere nella depressione. Il dolore fisico non si può evitare ma quello psicologico sì. Se si crea una sofferenza psicologica si complica tutto. Non permettiamo al dolore fisico di entrare nella nostra mente. Così l’energia vitale del nostro corpo saprà autogovernarsi. La mente deve essere libera dalle tracce della memoria. Essere presenti in ogni momento. Guardare senza diventare parte dell’esperienza.


Se una persona mi ferisce mi porto dietro questa sofferenza e ad ognuno che incontro chiedo conforto e solidarietà. Più si è sensibili più si è vulnerabili. In un giorno potremmo essere feriti decine di volte. La memoria del dolore rende la vita un inferno. La meditazione ci aiuta a interrompere la sofferenza psicologica.


Dopo la morte il pensiero non muore. Le vibrazioni del pensiero si muovono nell’etere e vengono attratte da persone che hanno lo stesso feeling (futuro padre e futura madre) e ci si reincarna. Il pensiero è la coscienza del sè. Deve essere o completato o trasceso. Dopo la morte la vibrazione del pensiero non muta.


Il silenzio è un modo di vivere. La conoscenza di sé elimina la paura. Affrontare la realtà attraversare il dolore. L’esplorazione della verità porta dei cambiamenti metabolici. La paura è resistenza al mistero della vita. Quando entriamo nel silenzio entriamo nel mistero dell’Universo.


Percepiamo i fatti per quello che sono e viviamoli. Sia che siano piacevoli o spiacevoli, che ci portino dolore o gioia o successo. Non è importante. La qualità nell’atto di vivere è importante. La paura è una reazione dell’ego. Quando vi afferra date più spazio al corpo, ai suoi processi vitali, e poi riaffrontatela di nuovo. Il movimento, l’energia del pensare è una forza tremenda. Imparate ad osservare la rabbia, i desideri sessuali ecc. senza condannare, né voler cambiare. Quando li osserviamo senza giudicare, senza voler cambiare, questo aumenta la forza dell’attenzione. Ricordate questi tre concetti:


Vivere nell’eterno presente

Abitare la Verità, vivere nella Verità

La speranza rimanda al domani.


Meditazione, totale libertà, senza condizionamento, totale libertà dall’ego . La meditazione non è una fuga dalla realtà, né serve per avere sensazioni trascendenti. La meditazione è un’avventura di un cambiamento psichico, di una rivoluzione, e si può usare a vantaggio di tutte le razze umane, per cambiare i rapporti umani. Si può lasciare il cristianesimo per il buddhismo, ma se si sostituiscono schemi nuovi con quelli vecchi, si ha un’illusione di freschezza. Quando ci si sposta da un’ autorità all’ altra non si ricerca la libertà. La libertà è una ricerca personale.


Meditazione: totale abbandono dell’ego, completo rilassamento del sé. L’esplorazione della meditazione non richiede l’autorità di nessuno. No alle gerarchie anche spirituali. Nella vita spirituale ci deve essere un rapporto senza sfruttamento. Non bisogna stare alla ricerca di un guru. Iniziare l’avventura interiore, vivere la verità. L’incontro tra maestro e discepolo è un incontro tra due esseri sullo stesso piano. Lo sbocciare della comprensione è un evento. Il maestro è una persona che trascende l’ ego, il sé, con cui possiamo avere una comunicazione. La crisi del nostro tempo è nel centro della coscienza, della psiche.


domenica 11 aprile 2010

Vimala Thakar


Nel 1990 decisi di andare a trovare Vimala Thakar, una yoghini che avevo conosciuto a Roma e che mi aveva molto impressionato per la sua saggezza e immediatezza. Sapevo che il suo ashram si trovava in una città di montagna chiamata Monte Abu e così decisi di partire ma mi aspettavano molte sorprese. Fu un viaggio faticosissimo e lunghissimo. Cinque ore per andare e cinque ore per tornare su strade piene di voragini. Per due volte il tassista fu costretto a guadare un fiume con il taxi. La terza volta, per fortuna, si fermò in tempo. La strada diretta per Monte Abu, a causa dei monsoni, era crollata e in mezzo al fiume c’era un macchina in parte sommersa. Con la forte determinazione di raggiungere la meta, fui costretta a modificare il viaggio e aggirare l’ostacolo allungando di molto i tempi. Ma questo mi permise di vedere alcuni templi jainisti, molto belli, e poi ripartire.

Finalmente arrivai a Monte Abu, panorama stupendo, città deliziosa dall’aspetto pulito, con tanto verde e un lago. Chiesi più volte informazioni , ma di Vimala Thakar neanche l’ombra. Nessuno sembrava conoscerla, forse si era trasferita altrove, ma ormai era tardi, e bisognava tornare indietro. Il tassista, preoccupato , mi disse che la strada di notte era molto pericolosa per via dei briganti.

Alle 21,30, stremata, ero in albergo. E per chiudere una giornata pesante dovetti affrontare altri contrattempi, cambiai stanza tre volte : la prima aveva una finestra rotta, la seconda era senza acqua calda, e la terza senza aria condizionata. Dopo aver saltato il pranzo (solo quattro banane durante il viaggio) e la cena (nulla di gradevole), alle 23 finalmente andai a letto con le ossa rotte per dieci ore di taxi, ma dentro di me ero contenta, convinta che comunque ne fosse valsa la pena.

Vimala Thakar, discepola di Krishnamurti, nota in tutto il mondo per i suoi insegnamenti e per il suo impegno sociale, è morta l'11 marzo 2009.


sabato 10 aprile 2010

Suor Nazarena, eremita a Roma

Nel monastero delle benedettine sull’Aventino, a Roma, si trova l’angusta cella dell’anacoreta americana, suor Nazarena, dove è vissuta reclusa per circa quarantacinque anni, fino alla sua morte, nel 1990.


La storia di Giulia Crotta, figlia di emigranti italiani, nata nel Connecticut il 15 ottobre 1907 è davvero insolita e dimostra quanto può essere tortuoso e a volte doloroso il cammino interiore.


Laureata in lettere, scrittrice, musicista, fin da giovane aveva sentito la “chiamata”: “Vieni con me nel deserto!”, le aveva detto Gesù in una apparizione, ma quando lo raccontava ai suoi confessori rischiava sempre di essere considerata un ‘esaltata se non una pazza. Dopo aver fatto esperienza in alcuni conventi, Giulia Crotta parte per Roma dove trova finalmente il suo “deserto “ in una cella del monastero di Sant’Antonio d’ Egitto sull’Aventino. Praticava una dieta vegetariana rigorosa, il cibo le veniva lasciato al di fuori della porta, aveva come letto una cassapanca alta con una croce di legno in rilievo. Nessun contatto con l’esterno. La badessa e il padre spirituale le parlavano attraverso una grata. Una vera eremita in una stanza deserta. Di lei esiste una bella biografia scritta dal monaco camaldolese Thomas Matus.


Un giorno ho avuto il privilegio di visitare la stanza con un mio amico monaco; appena entrati ci siamo seduti per terra per meditare e abbiamo avuto due emozioni completamente diverse. Il mio amico, in sintonia con il luogo, ogni volta che vi entra sente il cuore che si scalda. Io, invece, ho avuto un’esperienza forte, ma di paura. Stavo con gli occhi chiusi, nella posizione del mezzo loto, erano trascorsi pochi istanti, quando ho avvertito una forza potente che mi paralizzava, mi schiacciava il torace impedendomi quasi di respirare, come se qualcuno volesse attraversarmi. Mi sono spaventata, ho cantato l’Om mentalmente, ho aperto gli occhi e la tensione si è sciolta. Per prima cosa ho pensato che l’anima dell’anacoreta non avesse gradito la mia presenza. Ero un’estranea nel suo piccolo regno, ma una santa può avere attacchi di rabbia?


L’Anahata Chakra,è il chakra del cuore.Quando si raggiunge l’amore universale probabilmente si è vicini alla perfezione.


sabato 3 aprile 2010

Lo stupa di Sanchi





Quando sono in viaggio mi piace, dove è possibile, pregare in tutti i templi, buddisti, induisti, cattolici, mussulmani. Non faccio distinzione di architetture. Devo però ricordare che il luogo più carico di misticismo che ho visitato rimane lo Stupa di Sanchi, vicino a Bhopal. Fu fatto costruire dall’imperatore Ashoka più duemila anni fa, in cima a una collina, e completato qualche secolo più tardi. Sono rimasti intatti anche altri piccoli stupa e resti di monasteri.


Lo stupa principale, un’enorme semisfera poggiata sul terreno, dove vengono conservate le reliquie del Buddha, ha quattro porte rivolte verso i quattro punti cardinali, ogni porta ha stupendi bassorilievi. E il sole cade, entra ed esce nelle porte, secondo se è l’alba o il tramonto. È un posto di una carica spirituale incredibile, frequentato soltanto da devoti buddisti che compiono, come raccomanda la tradizione, tre giri intorno allo Stupa per caricarsi di energia cosmica. È fuori dagli itinerari turistici e forse per questo ha conservato intatto il suo fascino.


Lo Stupa di Sanchi è nel cuore dell’India, è l’ombelico dell’India. Il tempio è grandioso e povero nello stesso tempo, ha soltanto quattro porte scolpite, e attorno alberi e panchine. È un posto magico, veramente magico. Quando sono andata la prima volta a Sanchi era anche il mio primo viaggio in India. Ero malata, uscivo da una lunga e dolorosa malattia, avevo il cuore aperto, forse perché stavo vivendo un’intensa storia d’amore, ed ho avuto un’esperienza che potrei definire di espansione di coscienza. Mi sentivo così felice, parte di un Tutto. Una magia, questo mondo, una molecola dell’universo. Ho fatto tre giri attorno al tempio, come raccomanda la tradizione e come vedevo fare ai devoti, e mi sono sentita subito ricaricata di energia vitale. Avevo barcollato fino al giorno prima, ero così debole poi, improvvisamente, l’energia cosmica tornava a fluire dentro di me, mi donava tono e vitalità. Incredibile! Non ero una buddista, ma amavo e amo moltissimo la figura del Buddha, e aveva funzionato.


Ma quando ci sono tornata dopo dieci anni, nel 1990, — perché ho voluto rivedere quel tempio che mi aveva così colpito la prima volta — non mi ha dato le stesse emozioni. La mia storia d’amore era finita, il mio cuore si era chiuso, ormai di pietra, incapace di amare, e non ho sentito più niente, né l’espansione di coscienza, né questo sentirsi parte di un Tutto, né l’energia cosmica che entrava dentro, filtrava e mi ricaricava. Ho capito che se non si è pronti dentro le cose non accadono.


Per arrivare a Sanchi bisogna passare per Bophal, città dallo stile occidentale, almeno nella parte nuova, con un bel lago, tristemente nota per l’incidente dell’Union Carbide. Nella notte tra il 2 e il 3 dicembre del 1984 quaranta tonnellate di gas uscirono dalla fabbrica uccidendo subito 4000 persone e nei mesi successivi altre ventimila. Il veleno immesso nell’aria ( per venti chilometri quadrati) e quello che ha contaminato le falde acquifere produce ancora oggi danni gravissimi alla popolazione.


E dopo ben 26 anni dalla tragedia è arrivata la sentenza beffa: la Corte Indiana ha condannato a due anni di carcere i sette manager indiani, colpevoli di semplice "negligenza" mentre l’ex proprietario della fabbrica (ora della Daw Chemicals) vive felice e impunito negli Stati uniti. I sopravvissuti non sono mai stati risarciti adeguatamente dalla multinazionale e non è stata mai bonificata l’area. Il simulacro della fabbrica è ancora lì a testimoniare la tragedia. Forse per dimenticare tutto l’orrore vissuto, la città ha recuperato un aspetto piacevole. Il museo di Bhopal ha uno stile architettonico moderno: all’interno ci sono un centro di ceramica, una sezione dedicata alla cultura popolare e un’ esposizione di sculture e pitture d’avanguardia.


Ma il motivo per cui la ricordo è un altro: il suo parco zoologico. Tra gli animali e i visitatori c’era un enorme fossato, recinzioni varie. Feci un breve giro lungo la strada che costeggiava il parco. Non vidi elefanti ( che d’altra parte avevo ammirato a Sri Lanka correre lungo una foresta) e nemmeno leoni o pantere, ma una cosa davvero insolita: un enorme orso bianco piangeva disperatamente seduto per terra sulla collina di fronte. Sono rimasta a guardarlo per un po’ chiedendomi che cosa lo facesse soffrire tanto, i suoi singhiozzi erano così strazianti, da sembrare davvero il pianto di un essere umano.

venerdì 2 aprile 2010

La sofferenza

La sofferenza

La sofferenza del corpo e dell’anima mi hanno accompagnato entrambe in tutta la vita, a volte separatamente, a volte insieme. La malattia fisica si è spesso sommata a un lutto o a un abbandono. Ho sempre avuto la sensazione di abitare una “casa” fatiscente che necessita di una manutenzione continua. Non si fa in tempo a riparare il tetto che crolla il pavimento, si puntella una parete salta l’impianto idraulico. E spesso fanno tilt due o tre cose contemporaneamente e allora mi prende una sorta di disperazione e di impotenza e la voglia di abbandonare questa “casa”, che ha troppe cicatrici e rattoppi, e forse non ha più senso spendere tanta energia e tempo per tenerla in piedi.


È cominciato tutto da bambina. Mia madre mi diceva che bastava una nuvola in cielo per farmi ammalare. Ricordo un tavolo operatorio. Sulla mia testa una grande luce circolare. Poi appare un libro enorme che comincia a girare e ad ogni pagina compare il volto di un medico o di una infermiera. Poi una bicicletta passa sulla mia pancia. A quell’ epoca non esistevano gli anestetici moderni; c’era la maschera di etere che dava un’arsura terribile. Per tre giorni mi proibirono di bere: la ferita era aperta e così rimase per circa un mese. Urlavo per il dolore e per la sete e tiravo i capelli a mia madre: non capivo perché fosse così crudele da negarmi l’acqua. Lei mi passava un po’ di cotone bagnato sulle labbra riarse e mi diceva: “Senti i rumori? Stanno facendo dei lavori. L’acqua non c’è; torna fra tre giorni”. Avevo sette anni ed era Natale.



Desiderare di morire

Quando molti anni fa sono stata ricoverata più volte in ospedale, mio figlio mi veniva a trovare e mi portava i suoi disegni colorati. Sotto ci scriveva “Alla super mamma”. Aveva sette anni. Appendevo quei fogli sul muro, e questo mi dava la forza di continuare. Mi ricordo una notte. Ero sola in casa con mio figlio. Avevo dolori atroci alla schiena, mi ero alzata per prendere un bicchiere d’acqua. Ad un certo punto mi sono ritrovata per terra, in ginocchio, mentre dicevo piangendo: “Dio, fammi morire”. Eppure, sono sicura, stavo pensando: “Dio, fammi guarire”. C’è stata una dissociazione mentale tra il mio pensiero e le mie labbra. Ero arrivata a uno stato tale di saturazione dei farmaci che anche gli analgesici non mi facevano più effetto, anzi mi facevano l’effetto contrario. L’unica cosa che mi dava la forza di andare avanti, che mi teneva in vita, era il pensiero di mio figlio che dovevo accudire, amare, sostenere. Se fossi morta sarebbe rimasto completamente solo.


Era soltanto l’esasperazione della sofferenza: invocavo la morte, pur di non soffrire ancora. E nel Corano il profeta Maometto invita i fedeli a non desiderare mai la morte ma a pronunciare questa preghiera: “Signore, tienimi in vita finché la vita è un bene per me, e fammi morire se per me sarebbe meglio morire”.


Come si fa a capire quale è la volontà di Dio? Ma un cristiano non deve augurarsi la sofferenza per imitare il Cristo, per purificarsi? Anzi non ci sono stati santi che pregavano di ricevere la prova della sofferenza? Si può diventare santi anche senza soffrire atrocemente?


In tutti questi anni mi sono sempre sentita dire dagli altri che dovevo considerarmi fortunata, perché le persone che soffrono sono più vicine a Dio. E io mi sono sempre chiesta: Ma se Dio non è vicino alle persone che soffrono? Se uno non sente questo sollievo interiore, questa presenza divina che ti dà la forza di continuare? I santi avevano la fede, per questo potevano superare tutte le afflizioni, tutte le prove.


San Francesco non vedeva i suoi malanni. La fede ti dà la forza di andare avanti, altrimenti c’è soltanto la disperazione. Yogananda diceva che si può vivere con un paradiso interiore, dovunque andiamo, se riusciamo a vivere nella gioia spirituale che ci viene da un’assidua e profonda meditazione.