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domenica 25 gennaio 2015

Il grande Vuoto




La libertà non è poter fare quello che vogliamo, ma saper accettare l’imprevisto, l’inatteso, il buono nonchè il cattivo con una mente aperta. 

L’uomo schiavo del tempo, tanto più cerca di evitare di perdere tempo, tanto meno lo possiede. E’ come cercare di mettere un fiume in un secchio. E’ il flusso, la continuità del suo movimento che fa il fiume, e lo stesso è per  il tempo. Soltanto colui  che  lo accetta nella sua pienezza, nel suo ritmo eterno e dispensatore di vita, può dominarlo e farlo suo. 

La salute c’è quando esiste una mente equilibrata e armoniosa. Le malattie vengono quando  ci sono disturbi mentali e dissonanze spirituali. Il tibetano più che curare i sintomi fisici, si sforzano di andare alla radice di tutte le malattie fisiche  curando la mente. 

Soltanto chi sa scoprire i tesori del mondo  interiore  può osare di rinunciare a quelli del mondo esterno. 

La mente impreparata crolla sotto il peso del prolungato isolamento. Chi esce indenne dalla prova mostra un’insolita forza, che non è forza fisica o mentale, ma una autosufficienza spirituale che presuppone una mente insolitamente ricca e attiva. 


E’ altrettanto stupido fuggire dal mondo che corrergli dietro: i due estremi nascono dall’illusione che il mondo sia qualcosa di separato da noi. 

Santo è  colui   che ha superato i desideri egoistici e che è dotato della conoscenza che nasce dalla realtà ultima. 

Bontà  e moralità da sole senza saggezza sono inutili quanto la conoscenza senza la bontà. 

Non possiamo affrontare  il Grande Vuoto prima di possedere la forza e la grandezza per riempirlo con tutto il nostro essere. 


( Perle di saggezza. Dal libro"La via delle nuvole bianche" di Lama  Anagarika Govinda  edito da Ubaldini)

venerdì 6 agosto 2010

L'empatia


“Fin quando respiri la libera aria della terra, hai l’obbligo di servire con animo grato”, diceva Sri Yukteswar. Eppure la maggior parte delle persone vive ripiegata su se stessa, insensibile al dolore degli altri. Spesso non si chiede aiuto per timidezza, per non disturbare, per non apparire inopportuni o soltanto perché l’altro è disattento, avvolto su se stesso. La vera compassione, la vera empatia del bodhisattva è vivere con l’altro, vivere nell’altro, vivere la sua sofferenza. Direi che anche tra i religiosi questa capacità è estremamente rara. Chi pratica il Kriya Yoga dovrebbe aver affinato questa sensibilità, ma se non è abbastanza forte finisce per caricarsi sulle spalle i problemi degli altri senza essere in grado di aiutare nessuno.


Quale è il segno della santità? Forse quello di guardare coloro che camminano dietro di noi, che arrancano, piagati dai mali della vita. Dovremmo imparare a dare una mano più spesso, soprattutto se si è intrapreso il cammino della spiritualità. Ma, a volte, si può essere talmente protesi verso la propria santità da guardare sempre in alto e ignorare coloro che in basso, su questa terra, sono immersi nel fango e piangono.


Paramahansa Yogananda, un giorno, viaggiando con i suoi discepoli chiese improvvisamente di fare una deviazione. Seguendo le sue indicazioni arrivarono in un posto dove viveva un uomo disperato. Yogananda era così in sintonia con l’universo da sentire il richiamo di dolore di quell’uomo.

domenica 18 aprile 2010

Dorothy Day: essere santi oggi

Nella chiesa cattolica non esiste la figura del Guru come viene inteso nell’induismo. Un maestro realizzato che ha l’incarico di guidarti nella ricerca spirituale verso Dio. Nel passato c’erano santi con un grande carisma come santa Chiara e san Francesco, considerato dagli indiani lo yoghi d’ Occidente. Alla carenza di vocazioni si aggiunge una carenza di santità. Giovanni Paolo II, durante il suo pontificato, ha beatificato centinaia di persone ma nessuna –secondo alcuni osservatori - aveva la statura spirituale di san Francesco.


Tutti gli esseri umani hanno la possibilità di evolvere spiritualmente, grazie a questa scintilla divina che è in ognuno di noi. Ma, a mio avviso, la vera santità è vivere! Essere santi significa vivere tutti i giorni questa vita, attraversare questo mondo, a volte perverso, diabolico, cattivo, senza esserne travolti, portandosi dietro le ferite fino alla fine.


Un esempio di santità vicina a noi è quella della giornalista americana Dorothy Day. Dorothy era una donna molto coraggiosa, una attiva pacifista, dedicò tutta la sua vita alla non violenza e alla solidarietà per i diseredati. Lottò contro la guerra in Vietnam, contro le tasse ingiuste, fondò a New York una comune nell’East Village, sulla Terza Strada, e nel 1933 un giornale, il Catholic Worker, venduto a 1 centesimo, che lei diresse fino alla sua morte, avvenuta l’11 novembre del 1980, a 83 anni. Il movimento da lei creato (e il giornale che ne era l’espressione), coniugava il forte impegno politico con le battaglie in difesa degli emarginati. Dorothy, espressione del pacifismo cattolico americano, fu controllata per tutta la sua vita dall’FBI e finì più volte in carcere. Le case del Catholic Worker, ora più di cento, sparse in tutto il mondo, offrono rifugio agli ultimi della terra. Dorothy si può considerare una Madre Teresa laica. La prima casa storica di St. Joseph, che fu anche la prima mensa dei poveri, fu chiusa dal sindaco Giuliani con l’intenzione di “ripulire “ la città.


L’arcivescovo di New York, il cardinale John O’Connor, affermò alcuni anni fa in un’omelia che gli sarebbe piaciuto vedere la santificazione di Dorothy Day. La sua causa di canonizzazione fu proposta nel 1983, osteggiata da molti cattolici conservatori per i “peccati” commessi da Dorothy prima della sua conversione al cattolicesimo, come la sessualità prematrimoniale e un aborto. Nonostante questo, Giovanni Paolo II, nel 2000, concesse all’arcidiocesi di New York di aprire la causa di canonizzazione conferendo a Dorothy Day il titolo di “serva di Dio”.


Bisogna però ricordare che la stessa Dorothy un giorno disse: “Quando cominciano a chiamarti santa vuol dire che non ti prendono più sul serio”.