mercoledì 2 maggio 2012
Perché Medjugorje
sabato 19 marzo 2011
Welby: Lasciatemi morire
Un altro caso straziante è stato quello di Piergiorgio Welby, inchiodato al letto, senza poter respirare o parlare per molti anni. Comunicava con la moglie e con il mondo con il computer. E con il computer aveva scritto un libro intitolato “Lasciatemi morire” per raccontare la sua terribile esperienza. Aveva inviato anche una lettera al Presidente della Repubblica per esprimere la sua indicibile sofferenza. Dopo molti anni di battaglie civili, il suo grido di dolore fu esaudito, non senza polemiche e conseguenze per il medico anestesista che aveva staccato il respiratore.
Anche nel caso di Piergiorgio Welby, la Chiesa si è comportata in un modo che non si può definire certamente cristiano. Furono negati a Welby i funerali religiosi, perché – si disse- si era trattato di un “suicidio”assistito. Eppure esistono, come la storia insegna, due pesi e due misure. In altri casi di suicidio, il Vaticano ha chiuso un occhio. E, contravvenendo a ogni regola di buon senso, ha addirittura accolto le spoglie di un boss della malavita, Enrico De Pedis, nella basilica di Sant’Apollinare a Roma. Con quale motivazione? Sarebbe interessante saperlo.
In Italia, per i malati terminali, sarà possibile finalmente usare nella terapia antidolore la morfina e i cosiddetti farmaci analgesici tratti dall’oppio. La scienza moderna ha dato all’uomo i mezzi per eliminare il dolore, per anticipare la morte o prolungare l’agonia all’infinito. Dietro la scelta di tenere in vita una persona con le macchine per mesi, per anni, il cosiddetto accanimento terapeutico, non c’è forse anche l’ interesse delle case farmaceutiche? Eppure, dovrebbe essere un imperativo per qualunque legislatore trovare per il “ fine vita” una soluzione amorevole e rispettosa nei confronti del malato.
giovedì 15 aprile 2010
Srinagar: una luce nel buio


Una epifania, così potrei definirla, risale al mio primo viaggio in Kashmir, nel 1982. Soffrivo moltissimo perché avevo due lutti da digerire: la morte di mio padre e la fine di un rapporto intenso, coinvolgente, il più importante della mia vita. Avevo un dolore lacerante al cuore, spaventoso. Mi svegliavo la notte con le lacrime agli occhi, con il cuscino bagnato perché, o sognavo mio padre o sognavo il mio ex. E ogni volta c’erano sempre mille difficoltà che rendevano i contatti difficili, impossibili. E io mi disperavo perché li vedevo scomparire tra la folla e non potevo più avvicinarli e dire loro ciò che mi era rimasto congelato nel cuore.
Mio padre era stato sempre molto severo con me, privo di affettività per un eccesso di pudore o per un malinteso senso di virilità. Soltanto poco tempo prima di morire si era ristabilito un rapporto affettuoso e così la sua scomparsa mi aveva lasciato un vuoto incolmabile, avevo perso quello che non avevo mai avuto e che avevo intravisto come possibilità. L’uomo che ho amato più di me stessa, alla fine avevo deciso di lasciarlo perché il rapporto era diventato per me troppo doloroso, distruttivo. Ne andava della mia vita. Qualche anno dopo, per altri motivi, si ripresentò la stessa condizione di sofferenza atroce, ma in quel caso ebbi la fortuna di incontrare Giovanni Paolo II, che mi fece il miracolo di togliermi il dolore al cuore.
Ero a Srinagar, dormivo in una house boat, stavo facendo, come tutte le sere, un sogno doloroso, quando mi svegliai improvvisamente. Ai piedi del mio letto c’era una figura luminosa, un ovale di pura luce, non aveva sembianze umane. Ma per quei pochi eterni istanti, che è rimasta lì davanti a me, ai piedi del letto, ho sentito una tale pace, una tale gioia, il mio cuore era diventato improvvisamente leggero. Poi questa figura luminosa si è spostata a sinistra, dove c’erano il muro e la porta, ed è scomparsa dalla mia vista. Mi sono subito girata a destra per vedere se la mia compagna di viaggio si fosse accorta di qualcosa, ma lei dormiva. Mi sono riaddormentata e ho ricominciato a piangere.
venerdì 2 aprile 2010
La sofferenza
La sofferenza
La sofferenza del corpo e dell’anima mi hanno accompagnato entrambe in tutta la vita, a volte separatamente, a volte insieme. La malattia fisica si è spesso sommata a un lutto o a un abbandono. Ho sempre avuto la sensazione di abitare una “casa” fatiscente che necessita di una manutenzione continua. Non si fa in tempo a riparare il tetto che crolla il pavimento, si puntella una parete salta l’impianto idraulico. E spesso fanno tilt due o tre cose contemporaneamente e allora mi prende una sorta di disperazione e di impotenza e la voglia di abbandonare questa “casa”, che ha troppe cicatrici e rattoppi, e forse non ha più senso spendere tanta energia e tempo per tenerla in piedi.
È cominciato tutto da bambina. Mia madre mi diceva che bastava una nuvola in cielo per farmi ammalare. Ricordo un tavolo operatorio. Sulla mia testa una grande luce circolare. Poi appare un libro enorme che comincia a girare e ad ogni pagina compare il volto di un medico o di una infermiera. Poi una bicicletta passa sulla mia pancia. A quell’ epoca non esistevano gli anestetici moderni; c’era la maschera di etere che dava un’arsura terribile. Per tre giorni mi proibirono di bere: la ferita era aperta e così rimase per circa un mese. Urlavo per il dolore e per la sete e tiravo i capelli a mia madre: non capivo perché fosse così crudele da negarmi l’acqua. Lei mi passava un po’ di cotone bagnato sulle labbra riarse e mi diceva: “Senti i rumori? Stanno facendo dei lavori. L’acqua non c’è; torna fra tre giorni”. Avevo sette anni ed era Natale.
Desiderare di morire
Quando molti anni fa sono stata ricoverata più volte in ospedale, mio figlio mi veniva a trovare e mi portava i suoi disegni colorati. Sotto ci scriveva “Alla super mamma”. Aveva sette anni. Appendevo quei fogli sul muro, e questo mi dava la forza di continuare. Mi ricordo una notte. Ero sola in casa con mio figlio. Avevo dolori atroci alla schiena, mi ero alzata per prendere un bicchiere d’acqua. Ad un certo punto mi sono ritrovata per terra, in ginocchio, mentre dicevo piangendo: “Dio, fammi morire”. Eppure, sono sicura, stavo pensando: “Dio, fammi guarire”. C’è stata una dissociazione mentale tra il mio pensiero e le mie labbra. Ero arrivata a uno stato tale di saturazione dei farmaci che anche gli analgesici non mi facevano più effetto, anzi mi facevano l’effetto contrario. L’unica cosa che mi dava la forza di andare avanti, che mi teneva in vita, era il pensiero di mio figlio che dovevo accudire, amare, sostenere. Se fossi morta sarebbe rimasto completamente solo.
Era soltanto l’esasperazione della sofferenza: invocavo la morte, pur di non soffrire ancora. E nel Corano il profeta Maometto invita i fedeli a non desiderare mai la morte ma a pronunciare questa preghiera: “Signore, tienimi in vita finché la vita è un bene per me, e fammi morire se per me sarebbe meglio morire”.
Come si fa a capire quale è la volontà di Dio? Ma un cristiano non deve augurarsi la sofferenza per imitare il Cristo, per purificarsi? Anzi non ci sono stati santi che pregavano di ricevere la prova della sofferenza? Si può diventare santi anche senza soffrire atrocemente?
In tutti questi anni mi sono sempre sentita dire dagli altri che dovevo considerarmi fortunata, perché le persone che soffrono sono più vicine a Dio. E io mi sono sempre chiesta: Ma se Dio non è vicino alle persone che soffrono? Se uno non sente questo sollievo interiore, questa presenza divina che ti dà la forza di continuare? I santi avevano la fede, per questo potevano superare tutte le afflizioni, tutte le prove.
San Francesco non vedeva i suoi malanni. La fede ti dà la forza di andare avanti, altrimenti c’è soltanto la disperazione. Yogananda diceva che si può vivere con un paradiso interiore, dovunque andiamo, se riusciamo a vivere nella gioia spirituale che ci viene da un’assidua e profonda meditazione.