domenica 25 gennaio 2015
Il grande Vuoto
venerdì 18 marzo 2011
L’accanimento terapeutico
E’ giusto che lo Stato imponga a un cittadino l’alimentazione e l’idratazione forzata?
Un malato terminale, con sofferenze atroci, deve poter scegliere una morte dolce anche se questo - mi sono chiesta- potrebbe andare contro la legge del karma. Se la sofferenza è un debito da pagare, si può rinviare ma non eludere. Sull’accanimento terapeutico si sono espressi a suo tempo Pio XII e Gandhi. Gandhi sembrò ammettere in circostanze del tutto particolari, e con il pieno consenso del malato, l’eutanasia. (Young India,18 novembre 1926).
I casi di coma prolungato per molti anni devono essere trattati con estremo rispetto per il malato e per la famiglia che soffre con lui e più di lui. Quando il corpo viene tenuto in vita da macchine è giustificato l’accanimento terapeutico? Ricordiamo il caso straziante di Eluana Englaro. Grazie alla battaglia civile del papà di Eluana, Beppino, e dopo una sentenza della Corte di Cassazione si arrivò a interrompere l’alimentazione forzata dopo 17 anni. Le lotte intestine dei partiti e l’intervento pesante della Chiesa trasformarono questo caso umano in una battaglia politica, divisero il paese in due fazioni contrapposte, furono dette parole senza senso e senza rispetto per la ragazza. Fu un caso politico- mediatico degradante e avvilente per un paese civile.
Per impedire il ripetersi di situazioni simili sarebbe urgente approvare la legge sul testamento biologico. Sarebbe un segno di civiltà per un paese occidentale. Ognuno di noi ha il diritto di decidere sul fine vita. Ognuno di noi deve poter scegliere, in caso di incoscienza, sull’accanimento terapeutico e l’alimentazione forzata. Ci sono le basi per un progetto legislativo rispettoso della volontà del malato, progetto duramente osteggiato dalla Chiesa e dai politici di area cattolica. Il governo ha predisposto, invece, un disegno di legge ( che sarà discusso in questi giorni in Parlamento) che non lascia nessuna libertà di scelta al malato. Le sue volontà, espresse a voce o per iscritto, non saranno vincolanti per il medici. Quindi, se per disgrazia si rimane in stato vegetativo, in stato di coma permanente irreversibile, sarà lo Stato a disporre del nostro fine vita. Non si potrà mai rinunciare all’idratazione e all’alimentazione forzata. Un progetto autoritario che sta seminando qualche perplessità anche nel centro destra, e c’è chi sostiene: meglio nessuna legge che una legge sbagliata.
La nostra Costituzione, in merito alla salute, afferma che :” la legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.” In tutto il mondo occidentale - Olanda, Belgio, Danimarca, Spagna, Germania, Stati Uniti, Canada, Gran Bretagna - esiste in vario modo una legge o un principio di giurisprudenza che rispetta il principio di autodeterminazione per il fine vita.
lunedì 1 novembre 2010
La morte di mio padre
Anche la morte di mio padre è stranamente legata a un viaggio inaspettato. Era finita da pochi mesi una storia d’amore importante, la più importante della mia vita, ero sola con mio figlio, senza lavoro, senza una lira, con uno sfratto in corso, quando lui ci lasciò nel giro di pochi giorni a sessantasei anni. Era il 1982. Il cuore mi scoppiava dal dolore, dovevo digerire due lutti e continuare a vivere. Un’impresa che mi sembrava impossibile. Credevo di impazzire, accettai così il prestito di un amico — ero disoccupata e piena di debiti — e partii dopo pochi giorni per l’India con un’amica che aveva già programmato da tempo il suo viaggio. Vedere l’India che tanto amavo non diminuì la mia sofferenza, ma quel viaggio mi regalò un’esperienza di Luce, che forse doveva rafforzarmi interiormente per affrontare le prove che sarebbero seguite da lì a poco.
Mi ammalai subito a Katmandu. Tornai in Italia, subii un’operazione, l’anestesia indebolì il mio fisico già provato, per anni si susseguirono varie malattie, l’asma mi impedì di respirare e dormire per molto tempo. Non riuscivo nemmeno a piangere, perché il respiro si spezzava in gola. Ho impiegato molti anni per recuperare un po’ di salute e una vita quasi normale. Ma poi sono venuti altri problemi. Ho sempre la sensazione di stare in prima linea, che non mi sia mai concesso un po’ di pausa per rifugiarmi nelle retrovie. Ed è forse per questo che a volte sono presa dal desidero di lasciarmi andare, pur temendo la morte spesso l’ho desiderata; ma c’è sempre qualcuno o qualcosa che mi costringe a continuare.
