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martedì 20 gennaio 2015

I poteri della luce dentro di te


 (Pensieri estratti dal libro "La via delle nuvole bianche" di Lama Anagarika Govinda  edito da  Ubaldini )

Per  essere consci della preziosità del tempo ci si dovrebbe rendere conto che ogni momento potrebbe essere l’ultimo di questa vita e che l’occasione che ci si offre non potrebbe capitarci di nuovo facilmente. 
  
Meditazione. Immaginare il Buddha nella forma del proprio guru fino a sentire la sua presenza, poi visualizzarlo seduto nella posizione di meditazione al di sopra della propria testa; infine lo si dovrebbe assorbire nella propria persona perchè prenda il posto sul trono di loto del nostro cuore. Finchè il Buddha è immaginato  fuori di noi, non lo possiamo realizzare nella nostra vita. 

Non pensare alla tua salvezza, ma fa di te uno strumento per la liberazione di tutti gli esseri viventi. 

La tranquillità non è immobilità, non consiste nel fermare la mente ma nel non ostruire i movimenti mediante concetti artificiali. Non diventare prigionieri del pensiero.

Buddha Sakyamuni disse: Come una madre protegge suo figlio, il suo unico figlio, a costo della propria vita, così si dovrebbe coltivate un cuore pieno di amore e di comprensione illimitata per tutti gli esseri senzienti. 

Un giorno sarai in grado di vedere i corpi trascendenti dei Buddha e dei Bodhisattva, che sono i poteri della luce dentro di te, ma che adesso esistono soltanto come vaghe idee nella tua mente. Quando  diventeranno per te tanto reali quanto tu credi lo sia il mondo materiale che ti circonda, allora comprenderai che la realtà del mondo interno ed esterno sono intercambiabili e che dipende da te in quale delle due vuoi vivere, se vuoi essere schiavo dell‘una o erede e signore dell’altra. 




lunedì 3 gennaio 2011

Il prete operaio

Le istituzioni, in genere, amano il potere. La Chiesa cattolica, nel passato ma ancora oggi, è vicina a chi comanda, anche se per fortuna ci sono lodevoli eccezioni. In America Latina le gerarchie ecclesiastiche sono state quasi sempre dalla parte della dittatura, mentre il monaco e il prete si sono schierati con gli oppressi. In Italia, per decenni, durante la messa domenicale i parroci davano indicazioni precise per chi votare. E questa abitudine, purtroppo, non è cambiata molto.


Coloro che decidono di entrare nei palazzi del potere, anche se religiosi, dovrebbero rappresentare gli interessi del popolo. Un prete può dare un suo contributo spirituale, umano, culturale perché si governi in modo giusto e pulito tutelando gli interessi dei più deboli. Nel terzo millennio non si può continuare a discutere se un monaco debba stare nell’eremo o può impegnarsi nella vita. Per modificare questa società violenta c’è bisogno di tutti. Non si può scegliere l’isolamento, in nome di una via individuale alla spiritualità, mentre nel mondo c’è sofferenza. Può sembrare una scelta egoistica. Così non capisco la rigidità dei monaci che vivono sul Monte Athos dove le donne non possono nemmeno avvicinarsi.


Amo la figura del bodhisattva che sceglie di tornare sulla terra, unicamente per aiutare gli altri a progredire spiritualmente: la via dell’amore per il prossimo. Ha senso chiudersi in se stessi? Nella mia vita, a volte, anch’io ho sentito il desiderio di fuggire, di isolarmi per non soffrire e per non veder soffrire. Un convento, un ashram, sono pur sempre zone protette dai mali del mondo; ma spesso, il soffio della vita entra inaspettatamente tra le fessure delle porte e gela il cuore.

venerdì 6 agosto 2010

L'empatia


“Fin quando respiri la libera aria della terra, hai l’obbligo di servire con animo grato”, diceva Sri Yukteswar. Eppure la maggior parte delle persone vive ripiegata su se stessa, insensibile al dolore degli altri. Spesso non si chiede aiuto per timidezza, per non disturbare, per non apparire inopportuni o soltanto perché l’altro è disattento, avvolto su se stesso. La vera compassione, la vera empatia del bodhisattva è vivere con l’altro, vivere nell’altro, vivere la sua sofferenza. Direi che anche tra i religiosi questa capacità è estremamente rara. Chi pratica il Kriya Yoga dovrebbe aver affinato questa sensibilità, ma se non è abbastanza forte finisce per caricarsi sulle spalle i problemi degli altri senza essere in grado di aiutare nessuno.


Quale è il segno della santità? Forse quello di guardare coloro che camminano dietro di noi, che arrancano, piagati dai mali della vita. Dovremmo imparare a dare una mano più spesso, soprattutto se si è intrapreso il cammino della spiritualità. Ma, a volte, si può essere talmente protesi verso la propria santità da guardare sempre in alto e ignorare coloro che in basso, su questa terra, sono immersi nel fango e piangono.


Paramahansa Yogananda, un giorno, viaggiando con i suoi discepoli chiese improvvisamente di fare una deviazione. Seguendo le sue indicazioni arrivarono in un posto dove viveva un uomo disperato. Yogananda era così in sintonia con l’universo da sentire il richiamo di dolore di quell’uomo.

venerdì 12 marzo 2010

la posta dell'anima di Mirabai

alla ricerca della spiritualità

Mi piacerebbe affrontare molti temi con voi, temi che riguardano la nostra vita quotidiana e la nostra vita interiore. Il bisogno di spiritualità , la ricerca di Dio è presente in tutte le epoche della nostra storia e in tutte le culture. E’ come un filo sottile che corre lungo il fiume della nostra esistenza. Un filo sotterraneo di cui spesso non ne siamo consapevoli ma, a volte, riaffiora dalle profondità e le sue acque sgorgano per dissetarci. Non ho certezze, piuttosto tantissimi dubbi. Vi propongo alcune mie riflessioni ed esperienze, che spero possano aiutarvi nel cammino della ricerca.


L’esistenza di Dio

Da millenni l’uomo si pone mille interrogativi sulla sua esistenza, su Dio, sull’aldilà. E da millenni filosofi e mistici cercano una risposta. Tentare di capire l’uomo, i suoi dubbi, le sue sofferenze, è già un’impresa difficile. Ma con quale animo ci avviciniamo a Dio? È giusto tentare di svelare il suo segreto?


La preghiera

La preghiera è quel filo sottile che attraverso i millenni ha unito l’uomo al divino. In tutte le religioni esiste da sempre la figura dell’asceta che sceglie di isolarsi dal mondo per cercare nella contemplazione un dialogo diretto con L’Assoluto. Oggi, ha ancora senso questa scelta? Non si può pregare continuando a vivere nel mondo? Anzi, non è proprio la sofferenza quotidiana il nostro modo migliore di pregare?


La vocazione religiosa

La fede è un dono divino? In una società percorsa da fremiti autodistruttivi ha ancora senso oggi farsi monaco? Il monaco, nell’isolamento dell’eremo, impegna tutte le sue energie per realizzare se stesso, per santificare la sua persona. Il sacerdote, invece, è costretto dalla sua funzione pastorale a vivere tra la gente; mette la sua vita e il suo tempo a disposizione del popolo di Dio. Il sacerdote e il monaco hanno entrambi gli stessi voti di castità, povertà e umiltà. Ciò che distingue le due vocazioni religiose, quindi, sta proprio nel vivere questa scelta in solitudine o in mezzo agli altri.

Chi sceglie la vita monastica preferisce la solitudine dell’eremo al contatto continuo e contaminante con la vita. La meta è la propria santificazione. Questa può diventare più importante dell’amore e della carità per il prossimo. Non c’è il rischio, in queste condizioni, di alimentare l’ego, l’orgoglio spirituale?

Avalokiteshvara, il bodhisattva per eccellenza del buddismo mahayanico, è il realizzato che sceglie di reincarnarsi e di tornare sulla terra unicamente per aiutare gli altri esseri viventi. Egli ama tutti come fossero suoi figli. La compassione è la molla che lo spinge ad abbandonare la sua pace e la sua felicità personale per condividere le sofferenze degli altri.


Dio sceglie tutti?

Nella vita di tutti i giorni possiamo incontrare persone che hanno la fortuna di avere la fede; poi ci sono gli atei che non si pongono il problema e, infine, quelli che sono a metà del guado: vorrebbero tanto sentire questa “chiamata interiore” ma non la sentono. Queste persone soffrono perché vorrebbero avvicinarsi a Dio, avvertono un impulso interiore, ma si sentono soli e abbandonati perchè non arriva nulla a scaldare il loro cuore. A volte l’angoscia è così forte che toglie il respiro, altre volte è la rabbia che scuote il corpo, oppure è lo sconforto e la passività a prendere il sopravvento. Come se non ci fossero più lacrime per piangere, in attesa di una risposta che non arriva.

Vuol dire che queste persone non riescono a farsi sentire da Dio, o che Dio è sordo, disattento, troppo occupato a gestire l’Universo per rispondere? Oppure, più semplicemente, che Dio non esiste perché è soltanto una nostra creazione, la proiezione di un nostro desiderio spirituale, un nome per coprire un vuoto che ci spaventa?

“Dove ti sei nascosto, Amato, abbandonando me gemente? — scrive san Giovanni della Croce —. Come il cervo fuggisti, dopo avermi ferita; uscii invocandoti e te n’eri andato”.

Ma è Dio che sceglie gli uomini o sono gli uomini che scelgono Dio? Se non si è scelti non si fa parte della classe degli eletti . E se è Dio che sceglie gli uomini come non sentirsi frustrati, dimenticati, non amati? E l’insicurezza può generare violenza, odio, fanatismo. I fondamentalisti non amano Dio, quel Dio che invocano prima di una strage. Dio, se esiste, non può che essere simbolo di pace e amore.