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domenica 13 gennaio 2013

La vita accanto a Mère


 
“Negli ultimi sette anni, dal 1966 al 1973, ho fatto la segretaria  personale di Mère. Era un incontro d’amore tutti i giorni. Facevo una vita  molto ritirata, molto interiorizzata, di meditazione, facevo qualche traduzione, poesie. Una vita molto protetta. Dopo la morte di Mère e di Natan la mia vita è cambiata molto. Non avevo bisogno di chiedere. Mère mi dava tutto quello di cui avevo bisogno. E’ stato un rapporto molto dolce, intenso , leggevo le lettere dei discepoli, rispondevo per lei. Lei ripeteva sempre la stesa cosa:” Arrendersi a Dio”. “Surrender”, diceva a tutti. Il nostro yoga si basa su questo.



Ho vissuto, prima di arrendermi completamente, 36 ore di sofferenza. Qualcosa in me faceva resistenza, poi ho capito la lezione. Dovevo abbandonarmi. Abbandono alla divina provvidenza. Le opinioni sono opinioni mentali. Dentro di me c’era resistenza. Lasciare il mondo e vivere nell’ashram è stato facile, difficile raggiungere l’abbandono totale a Dio.

Avevo scritto un romanzo, stavo facendo la revisione, l’ho strappato  ed ero ancora attaccata a Natan. “Anche un granello di sabbia se ci sei attaccato ti fa soffrire”, diceva Mère. Ognuno ha una line diretta (hot line) con il Signore. Così dopo questa esperienza ho capito cos’è l’amore senza attaccamento. Ho detto a Dio: Fai tu. Ora non ho più desideri. Cinque anni fa ho cominciato a interessarmi di omeopatia, curo i malati dell’ashram.

Non prego più Dio nel senso tradizionale. Dicevo: Tutte le mie azioni siano in accordo con la volontà divina.  La Mère mi faceva notare : “A questa frase, per essere perfetta, manca una sola parola, spontaneamente, senza sforzo.”

Una figlia adottiva, Ishita, ha ora 18 anni e vive vicino a me, l’altra 21 anni, è sposata con un medico omeopata e vive in California.

 Mère avea raccolto attorno a sé cinque persone. Sono morte tutte. Ne è rimasta una sola che ha la responsabilità dell’ashram. Lui ha scelto altre persone più giovani che ora collaborano e che poi continueranno l’opera di Mère e di Aurobindo. ”
Continua…

L’incontro con Natan



“Dopo il primo incontro ho chiesto a  Mère, la Madre, cosa potevo fare. Mi ha suggerito di tornare in Sudafrica per sistemare la mia situazione. Sono tornata, ho divorziato, e sono ritornata in India, a Pondicherry, nello stesso anno.

Nel 1964 ho incontrato Natan, Alberto Grassi, ingegnere. Natan significa: quello che si è arreso al signore. Maggi vuol dire : la delizia della madre. Aveva 28 anni più di me. Dicevo :“Ho scelto un uomo troppo giovane”. Io ne avevo 34, lui 62. Era stato sposato con due figli. Aveva fatto urbanizzazione in Guatemala. Siamo stati insieme 21 anni. Ha fondato la rivista italiana, “Domani”, a cui io ho collaborato. D’estate Natan non respirava più, aveva l’enfisema. Andavamo a Firenze.

Natan è morto nel marzo del 1985. Ho ancora un rapporto  con lui  a livello astrale. Non siamo mai soli.” 
 Continua...

martedì 8 gennaio 2013

L’India


“C’era un congresso dell’Unesco nelle Filippine. Ci andai come osservatore, scrissi qualcosa per diversi giornali. Il congresso era “sulle grandi religioni del mondo”. Era un pretesto per allontanarmi da casa. Ho conosciuto in quell’occasione persone molto interessanti. Filippine Giappone, e  finalmente l’ India. Erano i primi giorni di gennaio del 1960.

Ero arrivata a Pondicherry  per Sri Aurobindo.  La prima cosa che ho fatto è stata  andare subito al Mahasamadhi, ero   profondamente commossa. Ho sentito finalmente che ero arrivata, che  questo luogo avrebbe cambiato per sempre la mia vita. Ero venuta per ringraziarlo, mi aveva aperto la vita, gli orizzonti. All’inizio non capivo bene che ruolo avesse  Mère. Aveva organizzato bene l’ashram per consentire ad Aurobindo di scrivere. Avevo trovato l’ashram pieno di foto dei piedi di Mère. Qualcuno mi suggerì di comprare una foto di Mère perché mi avrebbe portato bene. Mère aveva vissuto vicino ad Aurobindo per 33 anni. Ho pianto. Pensavo:“Se le cose qui non andranno  bene, dove mai potrò andare, non ci sarà nessun altro posto  per me nel mondo.”

Il  29 febbraio del 1960, era il primo anniversario della discesa della supermente (illuminazione) di Mère. Durante la cerimonia  ho visto  Mère per la prima volta. Nell’aereo, venendo dal Giappone, l’avevo vista in visione  che mi aspettava con la mano tesa, portava sandali giapponesi. Mi sono trovata davanti a Mère e sono rimasta paralizzata. Ero la prima persona della fila. C’erano migliaia di persone dietro di me.

Dopo quel primo incontro l’ho vista in privato, da sola. Ero felice, mi aspettava. Quando l’ho vista mi sono messa a piangere e dicevo senza pensare:”Ti conosco già”. Nel 1960, quando l’ho conosciuta,  Mère aveva 84 anni. Nel 1973, quando è morta, aveva 96 anni. Aveva una grande lucidità. Ha giocato a tennis fino a 80 anni, aveva una pelle color albicocca. Negli ultimi quattro anni il fisico aveva perso  di tono. E’ stato un abbandono cosciente.”      continua …..

Maggi racconta Maggi



Il 21 settembre 1992 incontro Maggi Lidchi Grassi a Pondicherry, durante uno dei miei viaggi in India. Siamo sedute nel suo giardino. Maggi è serena e sorridente. Comincia a  parlarmi della sua vita, dall’infanzia  all’incontro con  Mère. Quello che segue è il resoconto integrale del lungo dialogo.(ne avevo fatto una breve sintesi nel 2010).

E’ Maggi che racconta:
“Sono nata in Francia, a Parigi, il 9 maggio del 1930, di discendenza Sefardita.
Mio padre era un antiquario, collezionista di quadri moderni, impressionisti, Chagall, Degas, e anche di tappeti persiani;  poi è stato costretto a vendere tutto. Nel ‘39 ci  siamo trasferiti in Sudafrica con tutta la famiglia (uno dei due fratelli è nato  lì) per paura di Hitler. A Johannesburg, dove ho frequentato l’università- la facoltà di letteratura e filosofia- ho vissuto per undici anni, fino al 1950. Subito dopo la guerra sono tornata in Francia.

 A 17 anni ho letto il primo libro di Aurobindo: “I saggi sulla Bhagavad Gita”. Ho capito subito che era un libro destinato a me. L’ho letto per due anni di seguito . Il secondo libro l’ho trovato in una libreria di Johannesburg: era il primo volume della “Sintesi dello Yoga”. All’epoca c’era l’embargo con l’India. Mi sono sempre chiesta come quel libro fosse arrivato proprio lì. Mi riguardava intimamene. Un giorno qualcuno, che sapeva del mio interesse per lo yoga, mi portò da un piccolo guru indiano che viveva  in un quartiere proibito agli europei. Avevo allora 25/26 anni. Aurobindo all’epoca era appena morto. Questo guru mi ha introdotto alla pratica della meditazione, anche se avevo  già tentato di meditare da sola. Mi ha aperto al mondo delle divinità indiane, così complesso.

Nel frattempo, a 22 anni, mi ero sposata con un regista cinematografico portoghese; scrivevo racconti, novelle, lavoravo con lui. Il primo bambino l’ho adottato a 44 anni. Ho adottato tre bambini : due femmine e  un maschio. Il terzo bambino aveva una sorellina che è stata poi adottata da una famiglia italiana. Abbiamo creato una casa per i piccoli  abbandonati e una scuola per 200 bambini poveri del villaggio. All’epoca  scrissi all’ashram che non potevo andare. Il marito portoghese aveva capito che lo yoga mi avrebbe allontanato per sempre  da lui.

Sono partita nel 1959, da sola.  Avevo 29 anni quando  arrivai in India. Mère mi aveva scritto:”Verrai quando sarà il momento.” Mio padre, che conosceva l’India, cercò di dissuadermi. “                                        continua…..