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lunedì 24 dicembre 2012

Christmas



Christ is born in the cradle of tenderness. Love is a greater power than hate. Whatever you say, say with love. Harm no one.Judge not others. Hate none, love all, behold Christ in all. Think of everything in terms of universality. Paramahansa Yogananda



Cristo è nato nella culla della tenerezza. L'amore è un potere più grande dell'odio. Qualunque cosa tu dica, dilla con amore. Non ferire nessuno. Non giudicare gli altri. Non odiare nessuno, ama tutti;vedi Cristo in tutti. Pensa di ogni cosa in termini di universalità.


martedì 9 novembre 2010

Una sola cosa con l’Assoluto


Vorrei commentare questo passo della Bhagavad Gita: “Per colui che vede me dappertutto e vede tutto in me, non mi perde mai di vista, né io mai lo perderò di vista”. In pratica noi siamo una sola cosa con il divino che è in noi e diventiamo una sola cosa con l’energia cosmica, con l’Assoluto. Paramahansa Yogananda nel suo commento a questo versetto scrive: “Lo yoghi progredito percepisce la sua anima come un’onda nell’oceano della Coscienza Cosmica. Ma lo yoghi completamente liberato contempla la sua anima–onda come una manifestazione dell’Oceano Cosmico. Così uno yoghi non direbbe mai, ‘Io sono Dio’, poiché egli sa che Dio può esistere senza la sua anima; ma, se vuole, può dire: “Dio è diventato me stesso”. Ma se noi siamo già parte di Dio. Se scopriamo in noi stessi il Dio cosmico, nel momento in cui lo realizziamo non diventiamo parte di questa entità divina?


Krishna, in un altro versetto, dice ad Arjuna: “Colui il cui Sé ha raggiunto l’armonia dello Yoga pensa il Sé in tutti gli esseri e tutti gli esseri nel Sé, dappertutto egli vede nello stesso modo”. Significa ogni essere vivente, ogni essere senziente è un altro te stesso, ma anche un fiore, una foglia, un insetto è espressione dello Spirito universale. L’intera manifestazione è espressione dello Spirito cosmico. Se noi siamo in Dio e Dio è in noi, ogni altro essere umano è una parte di noi. E quindi non c’è separazione.


Mi chiedo perché le varie religioni non insegnino questo concetto così elementare e così importante, non insegnino soprattutto la tolleranza. Quanto sangue sarebbe stato risparmiato, quante guerre di religione evitate! Anche la Chiesa cattolica continua a sostenere, sia pure in modo più velato di un tempo, la propria supremazia rispetto alle altre religioni. Il Cristo è l’unico Figlio di Dio, incarnato sulla terra per redimerci. E per chi non ha raggiunto questa certezza? Lo Yoga, che significa letteralmente unione, esprime un concetto basilare della filosofia indù: unione con Dio e con tutti gli altri esseri viventi. E dove c’è unione c’è amore. Soltanto dove c’è divisione può esserci disprezzo, rivalità, odio, violenza.

lunedì 24 maggio 2010

Steiner:la reincarnazione oggi


Il tema della reincarnazione è stato ripreso negli ultimi secoli, in modo più o meno ampio, da alcuni studiosi e filosofi occidentali. Per Rudolf Steiner, padre dell’antroposofia, l’Io arriva alla perfezione di sé attraverso le varie reincarnazioni. L’Io rappresenta l’autocoscienza che deve espandersi fino a identificarsi nella coscienza divina senza per questo perdere la consapevolezza di sé. Nella prospettiva orientale, invece, alla fine c’è la perdita dell’Io che si annulla nell’Energia Cosmica.


Per l’antroposofia, Cristo rappresenta la figura centrale dell’evoluzione dell’umanità. Dopo il sacrificio del Golgota l’uomo ha preso coscienza del proprio Io e da quel momento ha in mano le redini del suo cammino. Secondo Steiner la Chiesa ha avuto il compito di negare per secoli la reincarnazione per far sì che l’uomo prendesse coscienza da solo del proprio Io; ora, non volendo cambiare, è la stessa Chiesa a diventare un ostacolo all’evoluzione dell’umanità. È come una madre possessiva che vuole tenere legati a sé i figli impedendo loro di crescere. L’uomo è maturo per camminare da solo, deve sviluppare dentro di sé i criteri etici e morali imposti dalle religioni. Gandhi diceva: “Il tempo delle religioni è finito, sta cominciando l’era della spiritualità”.


Tra un’incarnazione e l’altra l’anima sosta nel mondo astrale per proseguire il suo cammino di purificazione. Il buddhismo tibetano prevede anche casi nei quali un grande Lama può trasferire parti diverse di sé (spirito, mente, parola) in persone diverse. Nel parla il film “Il piccolo Buddha “ di Bernardo Bertolucci del 1993 . Paramahansa Yogananda ripete che ci si può liberare in una sola vita, basta volerlo. Sono necessari disciplina, fede e la corretta applicazione delle tecniche scientifiche di meditazione. Anche se si nasce con alte qualità spirituali, la vita di oggi è pur sempre una durissima prova.

giovedì 20 maggio 2010

Krishna e il concetto di reincarnazione

Ciò che divide le grandi religioni del mondo, uno dei punti più importanti e delicati, è proprio il tema della reincarnazione. Ammettere una serie di vite significa dare all’uomo la libertà di crescere con le sue forze. Chi vuole evolvere rapidamente dedica tutta la sua vita a pregare, a meditare, per progredire al fine di unirsi a Dio. Chi invece è ancora legato alle passioni, ai desideri, ha bisogno di più tempo, e quindi di più vite, ma il fine ultimo è sempre l’unione con Dio.


L’anima cresce piano piano, matura e questo ha una sua logica, una sua credibilità. Insomma, è questo che mi ha fatto riavvicinare, dopo tanti anni di rifiuto del cattolicesimo- grazie all' educazione ricevuta dalle suore- alla spiritualità. È proprio il fascino di questo cammino, vedere l’anima che cade e si rialza, cade e si rialza, cade e si rialza finché è necessario. Una volta indossa un vestito lacero, un’altra volta sceglie un abito lussuoso. Perché ogni vita è un vestito; comunque da sola costruisce il suo itinerario di crescita spirituale. Quello che mi lasciava e ancora mi lascia perplessa della religione cattolica, non è la figura del Cristo, affascinante, stupenda come quella del Buddha, ma questa rigidità nell’ammettere una sola vita.

Nel secondo capitolo della Bhagavad Gita, il vangelo degli indù, Krishna dice ad Arjuna : “I contatti con le cose materiali, o figlio di Kunti, fanno sentire caldo e freddo, piacere e dolore, vanno e vengono e sono impermanenti. Apprendi soltanto a sopportarli, o Bharata”. Lo yoga ci insegna a superare la schiavitù dei sensi, a rimanere imperturbabili di fronte a qualsiasi evento. Siamo pellegrini su questo pianeta, siamo arrivati nudi e ce ne andremo nudi.


Krishna, infatti, aggiunge: “L’uomo che questi contatti non turbano, o capo di uomini, l’uomo fermo che rimane lo stesso nel piacere e nel dolore: questo si rende adatto all’immortalità”. Quando si è raggiunta la calma mentale, quando si è in sintonia continua con l’essenza divina che è in noi, nulla può turbarci. Più semplicemente voleva dire : impara a discernere tra Maya, ovvero l’ignoranza, il mondo empirico illusorio, e la realtà ultima interiore.


Nel secondo capitolo Krishna affronta, con parole chiare e inequivocabili, anche il problema dell’immortalità dell’anima e della reincarnazione. Dice: “L’anima, dopo che in questo corpo è stata per la fanciullezza, la gioventù e la vecchiaia, allora appunto realizza l’assunzione di un altro corpo. L’uomo, fermo di spirito, non trae da ciò motivo di smarrimento”. E due pagine dopo: “Come un uomo smettendo i vestiti usati, ne prende altri di nuovi, così proprio l’anima incarnata, smettendo i corpi logori, viene ad assumerne altri”. In questi due versetti non sembrano esserci dubbi su quello che Krishna intende per reincarnazione. Sappiamo che i grandi yoghi, con l’aiuto di una tecnica avanzata, sono in grado lasciare coscientemente il corpo. E Patanjali negli Yoga Sutras osserva che anche nei grandi santi si può ritrovare, sia pure in misura lieve, l’attaccamento alla dimora fisica al momento della morte. Come un uccello che è stato a lungo in gabbia, l’anima esita un istante prima di abbandonare il corpo.


L’esistenza pone mille interrogativi. C’è chi nasce miliardario e chi vede la luce in un paese del terzo mondo. Chi ha il dono della salute e chi soffre per continue malattie. Chi muore nel suo letto, circondato dall’affetto dei cari, chi viene ucciso, crivellato di colpi, in guerra. C’è una tale disparità, una tale disuguaglianza tra le diverse vite! Non posso pensare che Dio sia ingiusto, cattivo o, almeno, è incomprensibile. E poi l’idea di una sola vita non ti lascia scampo. Se in trenta, cinquanta, ottant’anni non hai fatto in tempo a trovare Dio perché sei ancora ossessionato dal sesso, dai soldi, dall’avidità, non hai nessun altra chance. Hai l’inferno eterno o il Purgatorio, dipende da quanti peccati hai commesso. Così, almeno, sostiene il catechismo.



Nell’Autobiografia di uno Yoghi, Paramahansa Yogananda cita un passo del vangelo di Matteo (17,12–13) dove sembra chiaro il riferimento di Gesù alla reincarnazione: “Vi assicuro però che Elia è già venuto e non l’hanno riconosciuto e gli hanno fatto quello che hanno voluto. Perciò faranno soffrire anche il Figlio dell’uomo. Allora i discepoli capirono che aveva parlato di Giovanni Battista”. Giovanni Battista era venuto precedentemente come Profeta Elia.

venerdì 12 marzo 2010

Il miracolo di Giovanni Paolo II


Giovanni Paolo II aveva la capacità, che hanno i santi, di sentire la sofferenza degli altri. Molti anni fa, in uno dei tanti periodi bui della mia vita, vivevo da nove mesi con un dolore continuo al cuore. Mi alzavo con il dolore, lavoravo con il dolore, mi addormentavo con il dolore, sognavo sogni dolorosi e mi svegliavo con le lagrime. Mi sembrava di impazzire e invano cercavo di concentrarmi sul lavoro. Un giorno un gruppo di colleghi venne ricevuto dal Pontefice nella canonica della Chiesa che si trova vicino alla sede della Rai, in via Teulada.

Vivevo un periodo di grande scetticismo religioso, di grande diffidenza verso questo papa polacco, che giudicavo conservatore e integralista. Stavo male e stavo in piedi da più di un’ora, ero nervosa e irritata. Finalmente il papa arrivò e cominciò a stringere la mano ad ognuno di noi. Io ero alla fine del semicerchio. Mi limitai a fare un breve inchino porgendogli la mano; lui la strinse con forza e continuava a stringerla mentre stava già salutando il collega che era dopo di me. Sul momento non capii. Mi sembrò soltanto inspiegabile il suo comportamento. Più tardi mi resi conto che il dolore che mi aveva tormentato per nove mesi era scomparso.

Non avevo fede, pensai, eppure lui aveva preso su di sé il mio dolore. Un’esperienza simile, quella di essere sollevata dalla sofferenza, l’avevo avuta pochi mesi prima accanto a Madre Teresa di Calcutta, ma era durata soltanto il tempo in cui ero rimasta vicino a lei nella cappella delle missionarie della carità al Celio, a Roma.

La mia opinione sul papa da quel giorno, ovviamente, cambiò. Ho capito che si può essere tradizionalisti ed avere un grande carisma, essere santi e sbagliare in quanto uomini. Mi sarebbe piaciuto potergli dire: “Grazie, Padre”. Durante il Giubileo del 2000 l’ho voluto rivedere, anche se da lontano. Camminava a stenti, aiutato da un bastone, sul palcoscenico della Sala Nervi in Vaticano, curvo, indomito. Dentro di lui si intuiva una grande forza, un grande coraggio, una grande passione. E rivederlo così stanco e invecchiato, ma così consapevole del suo ruolo su questa terra, mi ha fatto una grande tenerezza, mi ha commosso.


Il Cristo

Il cristianesimo fa parte della nostra cultura. La figura del Cristo è affascinante. Trovo profonde e intense le sue parole. Quando leggo i Vangeli sono sempre stupita dalla semplicità dei suoi discorsi che mirano diritto al cuore. Immagino questo giovane dallo sguardo dolce e perso, assediato dalla folla, camminare nelle stradine polverose della Giudea, fermarsi a bere un bicchiere d’acqua, mangiare un po’ di pane. Ha soltanto trent’anni ma ha nella mente una sapienza infinita e nel cuore un amore immenso. Vive sapendo di morire. Per lui non c’è alba di felicità terrena ma soltanto la tenebra oscura della prova, del sacrificio. Sale sul Golgota trascinando una croce di legno, egli sa che in quell’ultimo finale dono di sé nessuno potrà aiutarlo. E mi sembra di sentire il suo cuore battere più forte per il dolore e la stanchezza, forse anche per la paura. E mi sembra di vedere lacrime scendere dai suoi occhi. Sono gli occhi dei giovani di oggi, curiosi e impreparati.


Il dialogo interreligioso

Credo che i tempi siano maturi per un vero dialogo interreligioso. Una parte del mondo vive nella violenza, nella lotta, nella sopraffazione, nella guerra. I capi di tutte le religioni devono poter pregare insieme. Se ci sono tanti fiumi c’è un unico mare verso il quale tutti tendono. Ricordo con commozione l’incontro ad Assisi tra il papa Giovanni Paolo II e i capi spirituali delle altre religioni. È stato bello vedere il Dalai Lama accanto al Papa, gli indiani d’America pregare con un indù, un ebreo con un mussulmano. Pregare in nome della pace. Uno degli eventi più emozionanti, di grande apertura di Giovanni Paolo II. Ma l’incontro di Assisi non deve rimanere un’eccezione. Per abolire le differenze, gli odi, i fondamentalismi, gli integralismi dobbiamo far crescere l’amore.